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Titolo: Lisbona
Autore: Lusitana
Contatto:
Racconto n° 944
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Salimmo in camera dopo aver cenato malvolentieri e soprattutto dopo aver bevuto un po’ troppo.
Ma quella era la mia ultima sera a Lisbona…e il nervosismo tra noi la faceva da padrone. Per questo ci eravamo lasciati un po’ andare.
Avevamo parlato, parlato, a tavola… e poi eravamo saliti su in camera, per prendere i miei bagagli. Ma era ancora molto presto, e ci trattenemmo lì… per sognare ancora un po’.
E così le mie carezze tra i suoi capelli, mescolate al vino che aveva bevuto si trasformarono in un cocktail perfetto per cadere addormentato con la testa appoggiata sopra le mie gambe.
Beh… se non coglievo al volo quel momento per andarmene non lo avrei fatto mai più… e forse, mi sarei addormentata anch’io insieme a lui.
E così pianissimo mi allontanai… lasciandolo sul letto.
Raccolsi in fretta ma col massimo silenzio la mia roba e poi uscii dalla camera, chiudendo la porta senza fare il minimo rumore.
Poi di corsa giù per le scale, alla reception, dove al volo chiamai un taxi, che per fortuna arrivò dopo pochi minuti di attesa, sebbene interminabili.
Fuori pioveva da pazzi.
La strada per arrivare all’aeroporto mi sembrò eternamente lunga…mentre guardavo fuori dai finestrini e in mano stringevo il mio cellulare, col terrore che squillasse.
Dio, Paulo non poteva svegliarsi e non trovarmi lì, non doveva succedere! La mattina dopo sarebbe stato già diverso.
Pregavo dentro di me.
Poi scesi velocemente dal taxi, pagai, e mi avviai sotto l’acqua battente verso l’entrata dell’aeroporto.
Avrei voluto salire subito, avrei voluto evitare l’attesa… ma purtroppo il volo ancora non era in partenza.
E allora mi sedetti da una parte, con i bagagli, e troppa voglia di piangere e tornarmene in albergo, da lui.
Si sarà svegliato? Cominciai a pensare, angosciandomi per darmi una risposta. Ma qualunque fosse stata quella risposta… io dovevo andarmene. Non c’era scelta. Perché la mia vita non era e non è in Portogallo, e perciò non con lui.
Più che passavano i minuti e più che la mia ansia aumentava. Continuavo a fissare il cellulare non so bene con quale desiderio…che suonasse o no. E alla fine, nervosamente, lo spensi e lo infilai nella valigia.
E finalmente arrivò il momento di salire… come una specie di liberazione.
Per tutti… meno che per me.
Perché improvvisamente mi sentii afferrare e tirare via dalla coda degli altri passeggeri che increduli si trovarono di fronte alla scena.
Non mi disse niente di niente. Mi trascinò fuori e basta, sotto l’acqua che ancora Dio mandava giù a dirotto.
E nonostante le mie preghiere di lasciarmi andare, la sua mano teneva sempre stretto il mio polso, tirandomi con sé.
Io ero stravolta e arrabbiata, ma nello stesso tempo incosciamente felice di quello che stava succedendo.
Lo pregavo di lasciarmi andare. Ma più mi strattonava, più ero felice che lo facesse.
Fino alla sua macchina, dove salimmo bagnati dalla testa ai piedi. Io piangendo, lui col respiro affannoso per la rabbia, a tal punto che per sfogarsi lasciò andare un pugno sul volante che per un attimo ebbi la sensazione che volesse spezzarsi.
“Perché non la smetti di piangere??” Imprecò nervosamente contro di me.
Poi non parlammo più.
Rientrammo in albergo sconvolti e infreddoliti.
Ormai anche quella mia partenza era andata in fumo.
Ed ero estremamente rabbiosa per questo… ma nonostante tutto non fui capace di scatenarmi contro di lui.
Volevamo insultarci, volevamo picchiarci… e invece riuscimmo solo ad abbracciarci disperatamente… lì… in piedi contro la porta della camera… con i vestiti fradici e la voglia che saliva dentro di noi prepotente come sempre, e che ci rovesciò sopra il letto, ancora sfatto da prima.
Per abbracciarsi ancora… per insultarsi con le labbra sulle labbra…per toglierci con foga i vestiti…
“ti voglio, portoghese…” riuscivo solo a dirgli, mentre lui si appoggiava allo schienale del letto e mi trascinava seduta sopra di sé…
“prendimi così…” mi disse… mentre già mi lasciavo penetrare fino quasi a sentir male…
E poi cominciai a muovermi su e giù sopra di lui che soffocava il suo viso e le sue grida contro il mio seno…
“ti sei allontanato troppo presto da me, Paulo… e te lo dirò ogni volta che ti farò impazzire di piacere come adesso… perché mi manchi troppo…” Gli dicevo, tirandogli i capelli un po’ con rabbia e un po’ per il piacere che provavo anch’io.
“tu verrai a vivere in Portogallo con me…” Mi rispose fermandomi per un attimo… solo per un attimo… per uscire da dentro di me e montarmi a cavalcioni sulla schiena…
“perché sei mia e lo sai…” ribattè aggrappandosi ai miei fianchi.
“non lo senti quanto lo sei?… dimmi che non lo senti e la smetto…” continuava a dirmi mentre forzava la parte di me che non aveva mai violato prima… affondandoci senza ritegno, travolto di voglia…
La sua mano sulla mia bocca quasi come per impedirmi di non gridare troppo… e io che gli mordevo le dita poi le succhiavo… poi di nuovo le mordevo…
Quelle dita che poi iniziarono a toccarmi scivolando tra i miei umori fino a non farmi resistere più e venire nella sua mano…eccitando a tal punto anche lui che scoppiò dentro di me fino a far traboccare tutto il suo liquido caldo che scese poi giù lungo le mie gambe… mentre esausti rimanemmo uno sopra l’altra… come ogni volta… sporchi e col respiro affannoso…
“mi hai fatto male…” gli dissi parlandogli in un orecchio.
“ma voglio che tu mi faccia ancora più male la prossima volta che tornerò a Lisbona…” aggiunsi, passandogli una mano tra i capelli.
Finché non prese sonno.