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La cagnolina
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Titolo:
La cagnolina |
Autore:
Discipline |
Contatto:
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Racconto
n° 953 |
Altri
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La osservo mentre avanza a quattro zampe davanti a me, nuda, nell’ano un grosso didlo da cui parte una piccola coda di finta crine di cavallo, indossa solo un collare in pelle nera liscia che la tiene legata al guinzaglio nelle mie mani. Mi ricorda quando l’ho conosciuta.
È una calda mattina di ottobre, di quelle che non ti aspetti a Milano, arrivo davanti all’ufficio al solito orario e, sovrapensiero, parcheggio lo scooter sotto l’usuale albero. Lei è un paio di alberi più avanti con una piccola cagnolina al guinzaglio, non la vedrei neppure se il mio subconscio non notasse un piccolo particolare: un frustino da cavallerizza nella mano sinistra. Un lampo spezza la routine di tutte le mattine, rallento i miei gesti per poterla osservare. È bella, elegante, un paio di scarpe rosa con tacchi altissimi, pantaloni corti sopra la caviglia fine, un busto in tinta con le scarpe che mette in risalto il bel seno sotto la giacca sbottonata. La guardo negli occhi mentre si avvicina, lei risponde al mio sguardo altera, forse un po’ altezzosa. Si ferma a pochi centimetri da me, sempre senza abbassare lo sguardo. Le parole mi escono quasi senza pensarci. “Scommetto che ti piacerebbe provare che effetto fa il frustino sulla tua pelle”. Blocco la sua mano destra mentre cerca di schiaffeggiarmi e la trattengo per il polso. Siamo a pochi centimetri uno dall’altra e lei non accenna a distogliere lo sguardo, ma la forza che devo usare per tenerle il polso è sempre minore. Ora i suoi occhi guardano i miei piedi, lascio la presa e lei sta una frazione di secondo ferma davanti a me, con gli occhi bassi. Poi si gira e se ne va.
Le ordino di sdraiarsi sul letto e lei lo fa divaricando le gambe, un riflesso quasi automatico dopo il tempo passato ad insegnarle a porgere sempre i suoi tre buchi, ad essere sempre a mia completa disposizione. Mi avvicino al suo viso e la bendo. La paura di essere completamente a disposizione di un uomo, di non avere alcuno controllo quando nella vita è lei a controllare gli altri la eccita. È passato tanto tempo dal suo primo atto di sottomissione.
Il rumore del traffico passa attraverso la scarsa protezione del casco jet e fa da colonna sonora ai miei pensieri, mi chiedo se la incontrerò ancora. Posteggio lo scooter nello stesso posto di ieri, nello stesso di sempre, e la vedo. Passa di fianco a me con la sua cagnolina al guinzaglio, i nostri sguardi si incrociano, mi sorpassa e si allontana. Quasi deluso, chissà poi cosa mi aspettavo, salgo in ufficio. La sera giunge senza che me ne accorga, mi avvio verso lo scooter lamentandomi come sempre che lavoro troppo, ma sapendo dentro di me che domani sarà la stessa cosa. Nel buio da lontano non lo noto, solo quando sono vicino mi accorgo che sulla sella è appoggiato il suo frustino. Mi eccito.
Appoggio la giacca alla sedia in fondo al letto e rovisto nella borsa alla ricerca di due oggetti ben precisi, facendo un po’ più di rumore del necessario per tenere i suoi sensi all’erta, poi con due dita risalgo le lunghe gambe e il ventre piatto fino a fermarmi sotto il suo seno che troneggia sul petto come se la forza di gravità non esistesse. Intorno ai capezzoli si notano appena i segni rossi lasciati dal frustino durante il nostro ultimo incontro. Le accarezzo il seno sinistro e mi eccito nel sentirlo riempire la mia mano, i suoi capezzoli duri e il respiro un po’ più profondo. Mi siedo di fianco a lei, stringo il suo seno nella mia mano e avvicino la molletta metallica al capezzolo. Il freddo dell’acciaio e l’attesa del dolore che proverà si mischiano in lei e sublimano in un leggero lamento quando lascio che le braccia della molletta schiaccino il capezzolo. Ripeto l’operazione sull’altro seno e le concedo di parlare per ringraziarmi del dolore che le provoco. Non è il sentir male che la eccita, è l’aver deliberatamente scelto di essere quello che in un lontano giorno di ottobre non avrebbe mai pensato di poter essere, completamente sottomessa.
Ieri sera il telegiornale ha trasmesso immagini di gente che fa il bagno in mare e oggi in scooter sono ancora in giro con il giubbino leggero. Questa mattina sono certo che lei ci sarà, ma mi chiedo se è pronta per diventare una schiava. Tutto direbbe di no: la sua figura altera, il portamento fiero, le reazioni stizzite di chi è abituato a comandare e non ad ubbidire. Eppure mi è bastato vederla una volta per avere la netta sensazione che diventerà una splendida schiava. Sono un po’ in anticipo, chiudo lo scooter e mi slaccio il giubbino mentre aspetto che lei arrivi. Le scarpe sono nere questa mattina, ma con gli identici tacchi altissimi, e indossa un completo giacca pantalone molto elegante sopra una camicetta in seta bianca. È decisamente bella. Quando arriva di fronte a me si ferma ma non parla, è nervosa, si vede che non è abituata a perdere il controllo di una situazione. Un mio sorriso sembra darle un po’ di coraggio, ma la sua voce rimane tremula quando mi chiede come mi chiamo. “Padrone, sono il tuo padrone e tu mi chiamerai così. Da ora in avanti in mia presenza non indosserai più pantaloni, solo gonne sopra il ginocchio, niente biancheria intima oltre al reggiseno e niente collant, solo reggicalze o autoreggenti. Nulla deve impedirmi di avere libero accesso a bocca, ano e vagina. Torna domani preparata per ricevere gli ordini del tuo padrone”. Orgoglio e fierezza, una rabbia che rasente la furia scorrono nei suoi occhi appena sente le mie prime parole, vorrebbe reagire e rispondermi, come è abituata a fare con chiunque altro osa rivolgersi a lei in quel tono. Poi, nel silenzio che ci circonda, la voglia di lasciarsi andare, di non essere più costretta ad avere il comando del suo mondo, di uscire dal suo modo di essere apparentemente forte ma profondamente insicuro, di lasciare che sia qualcun altro a decidere per lei hanno il sopravvento. “Sì, padrone” e lentamente si incammina verso dove è venuta.
Faccio insaponare con cura il pennello, il silenzio nella stanza è carico dell’incertezza che gravita su di lei. Non è legata, potrebbe andarsene quando vuole, eppure resta. Immobile e sottomessa ai miei desideri gode del piacere che deriva dall’aver vinto se stessi, in un lungo cammino le ho fatto fare cose che lei un tempo non avrebbe mai pensato di fare. Quando appoggio il pennello sulle grandi labbra ha un sussulto. Con delicati movimenti circolari la insapono, voglio che sembri uno stimolo sessuale, voglio che si ecciti. Il freddo contatto della pelle con la lametta la risveglia dal sogno in cui si stava cullando. Procedo con delicatezza e compiacendomi nel vedere la sua pelle che affiora, mi chiedo cosa dirà a suo marito per giustificare il fatto di essere completamente rasata. Prendo una crema e la spalmo sulla pelle liscia, partendo dal pube fin verso le grandi labbra. È eccitata, bagnata dai suoi umori quando affondo due dita in lei. Sussulta e mentre gode spero ricordi la prima volta che l’ho fatto.
Il cielo è più grigio oggi, e la temperature sembra essere più bassa rispetto agli altri giorni. Sono volontariamente in ritardo, voglio che stia un po’ ad aspettarmi, che pensi a ciò che sta per fare, che si preoccupi, che abbia paura per il salto nell’ignoto che sta per compiere. Quando arrivo la vedo vicino a dove di solito posteggio lo scooter. È splendida, indossa un completo nero, la gonna ha un profondo spacco sul lato sinistro dal quale, ora che è accucciata per carezzare la sua cagnolina, esce quasi tutta la coscia. Le scarpe, nere, sono altissime e con un elegante laccio intorno alle caviglie, una premonizione per il guinzaglio che porterà. Sì alza mentre io posteggio e mi viene incontro, non sa cosa dire. Rimane davanti a me muta, con le labbra socchiuse quasi che le parole si fossero fermate lì. Mi avvicino a lei, occhi negli occhi, il mio viso quasi a sfiorare il suo. Appoggio la mano sulla parte di coscia lasciata libera dallo spacco, la pelle è liscia e levigata, risalgo verso il suo sesso trascinandomi dietro la gonna. Un cenno di sorpresa le attraversa gli occhi, che si chiudono quando le infilo due dita nella vagina. È bagnata, eccitata dai suoi pensieri mentre mi attendeva. La bacio, un bacio lungo, in cui lei si offre definitivamente a me. Quando riapre gli occhi sembra felice per aver esaudito il mio primo ordine.
La guido ancora bendata verso la sedia in fondo al letto e le ordino di sedersi a cavalcioni, stile vecchio film western. Le lego le caviglie alle gambe anteriori della sedia e i polsi a quelle posteriori. La seduta non è sufficiente per contenere le sue lunghe cosce, che le spingono il sedere all’infuori e la costringono piegata in avanti, con il mento appoggiato allo schienale. Mi prendo il tempo di ammirarla e di scattarle qualche fotografia, la sua postura, anche così costretta, è da regina. Mi metto di fronte a lei e lentamente sbottono i pantaloni, sfilo il pene dalle mutande e lo appoggio sulle sue labbra. Lei le apre piano e mi accoglie nella sua bocca. Mentre la sua lingua ruota intorno al glande mi eccito sempre di più. Appoggio la mano sulla nuca, raccolgo i capelli in una coda molto veloce e la uso per tenerle ferma la testa. Le scopo la bocca, inizio piano e accelero, aumentando anche la profondità della penetrazione, sino a quando sento il glande che appoggia sulla sua gola. Poi rallento e lei torna a succhiarmi, sento la sua lingua e il suo palato, mi piace come mi era piaciuto la prima volta.
È sera e in macchina mi dirigo verso casa sua. Ieri mattina, dopo averla baciata per la prima volta le ho dato le istruzioni necessarie per prepararsi. “Passerò a prenderti alle venti e quaranta, andremo a cena. Alle venti e trenta inizierai a masturbarti, voglio che tu sia completamente bagnata ma non che tu goda”. In lontananza risalta il suo soprabito chiaro, che copre un vestito da sera blu molto semplice e altrettanto elegante. Nella luce di cortesia della macchina, prima che lei chiuda la portiera, noto il trucco leggero che non copre completamente la pelle abbronzata, si siede e mi saluta mentre scosta il soprabito e si alza la gonna per mostrarmi che, come la avevo ordinato il giorno prima, ogni suo orifizio è a mia completa disposizione. Appoggio una mano sul suo ginocchio e risalgo adagio verso l’interno della coscia, lei divarica un po’ di più le gambe e io penetro in lei, è completamente bagnata per l’essersi masturbata. “Ti piace essere una schiava?”. “Sì”. “Allora slacciami i pantaloni e prendi in bocca l’uccello del tuo padrone”. Mentre mi avvio verso il ristorante lei armeggia con la cintura, mi slaccia le mutande e si china verso di me. La macchina è ferma al semaforo, io accarezzo la sua testa che si muove adagio, sento le sue labbra intorno al mio pene, la sua lingua mi stimola il glande. Se dovessi descrivere con un solo aggettivo la sua bocca la definirei morbida, e in quella morbidezza io libero il mio seme. Sento i fiotti di sperma e lei che continua a succhiare e baciare il mio pene, ingoia il mio sperma e si rialza.
Giro intorno alla sedia e le sfilo il grosso didlo dall’ano, le fotografo lo sfintere che lentamente si stringe pur senza riuscire a ritornare completamente chiuso. Non serve lubrificare il didlo per reinserirlo nella sua sede naturale, appoggio la punta sulla rosellina del suo ano e spingo con decisione, un piccolo gemito ed è tutto dentro. Prendo il frustino, lo stesso che aveva quel lontano giorno di ottobre, e traccio linee rosse sulle sue natiche chiare. Ogni colpo aggiunge una linea all’opera astratta che sto disegnando. Lei geme e gode del suo dolore, della sua sottomissione. Non ci è voluto poi molto perché scoprisse ciò che le piace di più: abbandonare il ruolo di comando che per tutta la sua vita non l’ha soddisfatta per diventare la schiava perfetta, che gode della sua capacità di umiliarsi. Quando mi fermo e accarezzo le sue natiche la sento sussurrare. “Ancora…”.
“Finalmente piove”, mi sembra strano pensarlo ma questo ottobre caldo mi sembrava innaturale. In macchina ho più tempo per pensare, ma non abbastanza per prepararmi alla visione che mi aspetta nei pressi dell’ufficio. Indossa un paio di stivali neri dal tacco altissimo, che le slanciano le lunghe gambe esposte da una gonna nera molto corta e con la pelle liscia velata da leggere calze di seta, un twin set nero in maglia appare sotto l’impermeabile nero aperto. In mano, oltre all’ombrello ha un frustino simile a quello che tanto mi ha eccitato il primo giorno. Accosto per farla salire e mi dirigo al posteggio mentre lei, docile, si solleva la gonna per mostrare di essere disponibile per il suo padrone. Appena spengo il motore mi porge il frustino, i suoi occhi esprimono una richiesta che la sua voce non ha il coraggio di formulare. La bacio, un bacio intenso, mentre accarezzo la pelle della gamba appena sopra il bordo delle calze. Le accarezzo il sesso e le stimolo il clitoride con delicatezza, voglio che tutto sia dolce ed eccitante. Lei chiude gli occhi e reclina la testa appoggiandosi al poggiatesta dell’autovettura, divarica maggiormente le gambe per concedersi di più. Apre leggermente le labbra e io fissando i suoi occhi chiusi smetto di masturbarla e la colpisco nell’interno coscia. Le palpebre si spalancano, un grido strozzato le esce dalla bocca prima che lei riesca a trattenerlo, poi mi stupisce con una sola semplice parola: “Grazie”.
Mi allontano da lei per spalmare un po’ di lubrificante sul pene turgido e quindi le sfilo il didlo dall’ano. Con una mano guido il pene dove prima c’era il didlo, la scopo con forza e godo nel sentirla gemere. Ormai è così dilatata che non c’è differenza tra scoparla davanti o dietro, ma impazzisco di piacere tutte le volte che lei mi chiede di prenderla da dietro e lei lo sa. Per questo motivo quando la slego e le chiedo dove vuole che io goda mi dice “Ti prego padrone usa il mio ano per godere”. Mentre finisco di spogliarmi lei si rimette le scarpe e si gira faccia alla parete, a circa cinquanta centimetri da muro. Allunga le braccia verso l’alto e si inclina in avanti fino a appoggiarle alla parete, con il polso destro si tiene il sinistro, gira la testa di lato e appoggia la guancia contro la vernice bianco avorio. I capelli le ricadono lunghi sulla schiena arcuata. Ammiro le gambe lunghe e affusolate, i glutei sodi e lo sfintere che aspetta paziente di essere nuovamente violato.
Dalla cornetta esce un fiume di parole che mi annoia, con la mano destra navigo svogliato in un sito BDSM in attesa di riuscire a chiudere la comunicazione. È già ora della pausa pranzo ma questo non spaventa il mio interlocutore, che scambia la mia silenziosa assenza per ammirato interesse verso le sue parole, dalla finestra aperta intravedo un cielo grigio che non sembra in sintonia con la temperatura. Terminata la comunicazione chiudo l’ufficio e mi dirigo verso casa sua, oggi avrò una pausa pranzo un po’ diversa dal solito. Suono il campanello di una bella porta in rovere massiccio e mi apre una giovane asiatica che mi invita ad entrare. La seguo in un salotto arredato in modo classico e mi siedo sulla poltrona che guarda verso la porta, le spalle alla finestra da cui la luce entra filtrata da tende bianche. Davanti a me un tavolino basso in vetro sorregge uno splendido vaso di fiori. Quando lei entra si chiude alle spalle la doppia porta dalle ante verniciate di bianco, che diventano cornice e sfondo della sua grazia. Con le mani dietro la schiena apre una piccola cerniera lasciando cadere in terra la gonna che indossa, poi sfila dalla testa un leggero girocollo in cachemire rimanendo completamente nuda davanti ai miei occhi abbagliati dalla sua bellezza. La pelle abbronzata risalta contro lo sfondo bianco della porta, i capelli neri sono sciolti dietro la schiena, non indossa gioielli. Si porta il segno della sua sottomissione al collo e, mentre alza le mani dietro la nuca per legarlo, i seni si sollevano un poco offrendomi uno spettacolo stupendo. Quando ha finito rimane in attesa di miei ordini, le mani incrociate dietro la schiena a mettere in risalto i bei seni, le gambe leggermente aperte per non precludere l’accesso al suo sesso appena rasato e i piedi in un paio di scarpe nere dal tacco interminabile. Il sapere che dietro la porta le due domestiche, ignare, girano per la casa credendo che io sia un ospite normale la eccita, ma non sa che io le ho ordinato di farle rimanere per un altro motivo. Per ore mi ha parlato della sua paura del dolore nel rapporto anale, cosa abbastanza strana per una donna che accetta con gioia tante altre punizioni corporali, e io, mentre tra poco violerò il suo ano, voglio che lei sappia che se emettesse anche solo un gemito di dolore le due domestiche entrerebbero preoccupate in salone e la troverebbero nuda con un uomo che non è suo marito. Mentre mi slaccio i pantaloni le ordino di mettersi a quattro zampe e di venire verso di me. Mi risiedo nudo sulla poltrona, con le gambe larghe, e lascio che la sua bocca si occupi del mio pene, la visione di lei nuda tra le mie gambe e il pensiero di godere del suo ano mi eccitano da morire. Le spiego cosa ho intenzione di fare senza lasciarla smettere di baciarmi, quando arrivo al rapporto anale strabuzza gli occhi e, smettendo di succhiare, apre la bocca spaventata distaccando così le sue labbra dal mio pene. “Continua a succhiare!”. I suoi occhi si abbassano verso la base del mio pene e le sue labbra vi si richiudono sopra. “Oseresti disubbidire al tuo padrone?!” “Oseresti impedire al tuo padrone di usare una parte del corpo che ora gli appartiene?!” Alza gli occhi e mi guarda dritto in faccia, la lingua compie un paio di rotazioni sul bordo del mio glande dentro la sua bocca mentre cerca la forza per vincere le sue paure. Alla fine la voglia di sottomettersi, la sua necessità di umiliarsi per dimostrare che la causa della sua infelicità sino a quel momento è stata la sua personalità troppo dominante, hanno come sempre la meglio. Socchiude gli occhi e, per dimostrarmi di voler assecondare il mio desiderio, si mette a succhiare con foga, le labbra che percorrono velocemente e senza sosta il mio pene. Dopo aver spostato il vaso di fiori le ordino di appoggiarsi al tavolino, il vetro freddo a contatto con la pelle le da i brividi, i capezzoli si inturgidiscono schiacciati sul vetro. Con i piedi le allargo le gambe in modo che il suo bacino sia a diretto contatto con il bordo di acciaio freddo del tavolino. Mi inginocchio e avvicino il pene alle grandi labbra, entro in lei e sento la sua eccitazione, i suoi umori rimangono ad inumidire il pene quando mi ritraggo. Appoggio la punta del pene sul fiorellino rosa che sboccia tra le sue natiche, le sue mani si stringono ai bordi del tavolino. Con la mano guido il pene dentro il suo ano, è più rilassata di quanto pensassi, spinge leggermente per aiutarmi ad entrare e io mi ritrovo con tutto il pene infilato dentro di lei. Inizio a muovermi piano e sento i suoi gemiti soffocati, un’improvvisa contrazione dei muscoli rettali le causa una fitta più forte delle altre, le sue mani si stringono attorno ai bordi del tavolino. Esco per permetterle di rilassarsi nuovamente. Le ordino di allargarsi le natiche con le mani, un po’ di saliva sull’ano ed entro nuovamente in lei. Mi muovo più velocemente dentro di lei mentre le tengo la faccia schiacciata contro il tavolino in vetro, il suo ano si è ormai abituato alla mia presenza e i suoi gemiti sembrano un misto di dolore e piacere. Godo spargendo il mio seme sulla sua schiena, lei sorride.
In quella posizione è così eccitante da farmi venire le vertigini, stringo la base del pene ed entro nuovamente in lei. Per accelerare l’orgasmo guido con la mano il pene dentro e fuori dal suo ano, godendo nel sentire lo sfintere che accarezza il mio glande. Con un sussurro lei mi chiede di entrare completamente in lei, vuole sentire il suo padrone completamente dentro di lei. Con un ultimo, violento colpo infilo il pene completamente dentro, lei grida, poi le ordino di inginocchiarsi e godo dentro la sua bocca. Lei continua a baciarmi anche dopo aver ingoiato tutto il mio sperma, prolungando così il mio piacere. Anche oggi la mia cagnolina si è meritata un premio.
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