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Il ponte degli uccelli
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Titolo: Il ponte degli uccelli
Autore: Babele
Contatto:
Racconto n° 969
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La fattoria de "I tre galli" era la più periferica tra quelle del paese dove abitavamo, ma anche la più vasta per i terreni annessi, per l'ampiezza delle stalle, dei magazzini e del caseggiato principale.
La si poteva raggiungere percorrendo il chilometro di strada sterrata, quasi tutta un rettilineo, che andava restringendosi quanto più ci si avvicinava alla fattoria stessa, strada che in
inverno era un pantano grigiastro ed appiccicoso, d'estate un polverone biancastro e impalpabile: la rendevano tale le ruote dei carriaggi aziendali.
Per tali caratteristiche la avevano battezzata "lo stradone del diavolo" e veniva evitato ogni volta che era possibile farlo.
Sul retro della fattoria c'era un sentiero appena accennato sempre ricoperto di verde, corta gramigna che andava a ricongiungersi con la provinciale un paio di chilometri più in là.
Anche le giovani raccoglitrici stagionali che venivano a lavorare lì preferivano percorrere il sentiero, anche se più lungo, quando si recavano alla o tornavano dalla fattoria in fila indiana con le loro biciclette, cantando e berciando, scoprendo le cosce al sole libere da svolazzanti sottanelle.
A metà del sentiero tra la fattoria e la provinciale c'era un mini ponticello a spalliere basse che scavalcava una canaletta usata per irrigare i terreni limitrofi, ed era lì, sotto il sole estivo e cocente della padania alle sei di un pomeriggio particolarmente infuocato, che eravamo noi dodici amichetti, sei seduti sulla spalliera destra, sei su quella di sinistra, quando passarono in branco schiamazzanti ed urlanti sfottò e lazzi all'indirizzo di noi dodici ragazzotti silenziosi e quasi intimoriti.
Eravamo stati presi alla sprovvista e ce ne volle di tempo per riprenderci ma, mentalmente riorganizzati e desiderosi di subitanea rivincita, decidemmo di ritornare lì il giorno dopo "con la vendetta in tasca" per vedere se il branco di ululanti svergognate avrebbe avuto il coraggio di riprovarci, ed eccole infatti profilarsi in arrivo... avrebbero trovato pane per i loro denti stavolta!
Erano come al solito in fila indiana, ma stranamente silenziose; ci arrivò di fronte la prima, ci sfilarono davanti tutte le altre, mute, testa alta, cosce al vento e "niente braghette!", tra dodici occhi da una parte e altrettanti dall'altra fuor dall'orbita, indaffarati a cercar di fissarle sulla retina tutte e bene, non vedendone in realtà nemmeno una... ciuffetti di peli ammiccanti, mori, biondi, castani, rossi, riccioluti, lisci, crespi, tanti, pochi, lunghi, corti, tra cosce stantuffanti.
Erano già un pò lontane, i loro lazzi indecorosi sempre vicini.
Il silenzio.
Il coro: "uno!"... "due!"... "tre!"... "hop!" e una fila di culi "di tutti i tipi" si alzan dalle selle e, come se fossero faccioni ghignanti con boccuccia rotonda, ci irridono sfacciatamente e alfin scompaiono pedalando veloci in un sempre più lontano ma altrettanto chiaro squillar di risate sfrenate lasciandoci lì istupiditi come gli allocchi colpiti da un fascio di luce nel buio della notte.
Ci aveva fregati ancora quel branco di puttanelle scatenate!
Ma il giorno dopo eravamo ancora là a presidiare eroicamente il ponte, stavolta sicuri della vittoria e quando la prima del branco fu a pochi metri da noi i nostri piedi e gambe rialzate ed un po' rattrappite scesero dalla spalliera all'unisono liberando alla vista dodici uccellotti, "sciabole" sguainate tra le quali la fila indiana sfilò muta, sguardi alti apparentemente fissi all'orizzonte inseguita dalla sghignazzante gazzarra dei nostri feroci sberleffi.
Le avevamo colte di sorpresa, annichilite, vinte, umiliate!
Gasati dalla schiacciante vittoria ottenuta, sicuri di averle ormai in pugno, decidemmo di sguainare le sciabole in "presentat!... arm!" anche il giorno dopo e quelli a venire tanto da costringerle a farsi lo "stradone del diavolo", così imparavano!
Ore diciotto del giorno dopo, sei spade sfoderate sulla spalliera di sinistra, sei su quella di destra ed il branco delle raccoglitrici che si avvicina.
Eravamo eccitati, gongolanti, ci sentivamo "le forche caudine" imposte da orgogliosi vincitori, ed ecco che incominciano a sfilarci davanti, in muta parata.
Fu un colpo di fulmine vero, a ciel sereno, tutte le biciclette si fermarono di botto e si accavallarono l'una sull'altra abbandonate nello stesso istante, due o tre furie scatenate circondarono ognuno di noi inscenando un gran vociare e berciare attorno e sui nostri miseri cazzetti.
Le loro dita li bacchettavano accompagnando l'azione con feroci lazzi, "cip-cip-cip" di scherno, con aggettivi dileggianti, ironiche commiserazioni e un palpeggiarli schifato, un richiamarsi tra di loro per: "guarda quant'è moscio questo!", o: "guarda che lumachina quello!", o "il vermicello!, come corre forte per nascondersi!", o: "a chi serve uno stuzzicadenti?".
Le nostre orgogliose "colonne", affarucci retrattili e sfuggenti, inseguiti e perseguitati dal dileggio di un branco di demoni femmina vocianti e sfottenti scomparvero nel nulla, incominciò tosto una ingloriosa ritirata, qualcuno cercò scampo addirittura nella canaletta, altri si defilarono nei campi circostanti, in breve eravamo tutti quanti in rotta inseguiti dalle scatenate ragazzette a sottane alzate per esibirci e sbatterci in faccia i loro triangoli di pelo trionfanti, per sbeffeggiarci, per invitarci a far vedere loro quanto eravamo bravi e forti amatori, ma noi eravamo più forti di loro nella corsa, nella ritirata, nella vergognosa fuga, una vera ignominia... ma quando anche Umberto si sentì al sicuro per la distanza che aveva messo tra se e le folli, si girò ed urlò (lui che poteva esibire il pisello più lungo e grosso di tutti): - Chi è quella che ha il coraggio di fermarsi lì che le faccio un mazzo così" - dando forma di cerchio esagerato alle sue mani.
- Io - urlò di rimando una morettina girandoglisi di culo, subito a "novanta gradi ed oltre", esibendogli, offrendogli "tutto!" (un cuscino di peli color inferno, ricci, forse "impenetrabili" fra cosce tornite e chiappe di burro che non ho più dimenticate), capelli sfioranti l'erba, occhietti vispi, sicuri, sfidanti, faccino determinato rovesciato fra gambe ben aperte e la sua vocetta che minacciava: - Allora?... dai, forza!, vieni qui e fammelo!, ma se non mi fai godere come piace a me ti strappo le pallette e le appendo in piazza, al portone del municipio! -
Loro si rotolavano per il gran ridere, noi continuavamo a ritirarci in disordine sparso, tutti, anche Umberto che non volle rischiare le palle-trofeo, avviliti sotto il peso degli sberleffi di un branco di viperette vincenti.
Quello che avevamo appena battezzato a petto gonfio e con baldanzosa sicumera "il ponte degli uccelli", orgoglio delle nostre sciabole, rimase, nei giorni a venire, vuoto e senza nome, come al solito, come sempre.