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La Giusta Misura
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Titolo: La Giusta Misura |
Autore: LaPassiflora |
Contatto:
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Racconto n° 3852 |
Altri racconti dello stesso Autore:  |
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Non avrei mai voluto che te ne andassi, ieri sera. La seduzione, intesa come rito, è stata l’unica forma di intimità che siamo riusciti a concederci. Gli occhi sono stati il solo contatto, l’attesa e il desiderio erano il segreto di una relazione profonda. Quando mi hai preso un braccio,mi hai accarezzato tra le mani, mi hai lisciato il polso e mi hai detto – pelle di pupa... – tra il sussurrato e la chiarezza dell’eccitazione, quello che ho sentito è stata una gioia inestricabile dal dolore di non poterti rispondere. Un’alchimia del piacere tremante di necessità, ad un livello profondo, ancora più profondo del bisogno. La passione ci lega e al tempo stesso è deformante per il nostro rapporto. Ho sorriso dolcemente e ho spostato il braccio delicatamente e quasi subito, infiammata dal calore delle tue mani. Giordana, tua moglie, sedeva proprio di fronte e di certo ha visto: non ti importava nulla e me lo hai fatto sapere. Alla voce del cuore, insomma, hai detto di sì. Tutto qui. Un piacere tagliente, senza sonno e senza pace, ha trafitto il silenzio. Più tardi, di proposito sono stata distratta, sono sparita durante la serata, perché mi si rompeva l’anima e non sapevo che fare. Delle poesie scritte sul letto, quelle che un tempo ti avevo dedicato, mi è tornato in mente un verso – alla tentazione, gli occhi già fanno l’amore.... Così è stato. La tenerezza delle parole, l’antico sapore del tradimento. Mi hai guardata con occhi serissimi, il tuo sguardo è stato chiaro ma nessuno sapeva. Tra di noi è sempre avvenuto così in fretta, ci travolge, avviene e basta, l’energia arriva direttamente alla corteccia cerebrale e disconnette tutti gli altri sistemi. Ma contro l’urgenza che sentivo ho abbassato gli occhi e ho smesso di pensare che eri lì, giusto o sbagliato che fosse, ho visto tua moglie farci caso. Appena ho potuto allora mi sono allontanata per mettere a tacere il mio corpo, e il tuo. Ho cominciato a guidare le espressioni del viso, i discorsi, ma nella mia testa avevo un solo pensiero. Sedersi affianco ma sembrare distanti. Ogni tanto mi parlavi, mi rivolgevi parole secondo un gioco assurdo di significati e io sentivo un pugno nello stomaco, non udivo la mia voce. Incessantemente si sono affollate immagini su immagini nella mia mente, e tutte le scene tra noi che hanno avuto corso negli anni sono tornate. Mi sono proibita di dartene cenno e in meno di cinque secondi ho represso i miei sentimenti. Sapevo che avrei detto cose di cui poi mi sarei pentita, così mi sono voltata verso mio marito che anche era lì e capiva, immobile, muta, l’ho guardato bene in faccia affinché rispondesse per me. Avevo la bocca asciutta, le vene mi pulsavano più forte di prima - cos’è che dovevo fare? Io ero in mezzo, tra voi tre. Sentivo le tue gambe e le sue, mentre Giordana parlava, la voce più morbida di quanto mi fossi accorta. Lei non ha sentito la minaccia, non era eccitata, non mi è sembrata nemmeno innamorata di te. Ma era bella, bella come una ragazzina, e ho capito che non potevo escludere di provare piacere per quell’esperimento crudele. Tuttavia, oggi, non so se saprò perdonarmi. Come ho potuto mettere tanto scherno in quello che ho provato?
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