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Racconto n° 1762
Autore: Matteo Labati Altri racconti di Matteo Labati
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Di inchiostro ricevuto
Quando siedo a scrivere, vorrei che tu ci fossi, che sarebbero i girasoli, allora, nella stanza.
Qualche volta, vorrei che tu fossi sotto il tavolo, succhiandomi mentre provo.
Perché le righe del mio testo avrebbero ritmo migliore, se il tempo fosse scandito dalla tua bocca contro me.
Perché le mie parole avrebbero più energia, se il mio glande potesse assorbire luce dalla tua lingua, durante.
Perché mi faresti contorcere di poesia, succhiandomi mentre scrivo.
Perché io la tento, ma tu la sei, poesia.
Le mie dita sulla tastiera de computer come su quella invece di un piano, concentrate e leggere come quando suonano sulla tua schiena a 88 tasti, guidate dalla tua bocca con fili di seta che gli occhi non vedono ma che la carne sente: il tuo cuore mi succhia attraverso la tua bocca, ed il mio sesso accende poi le mie mani. Le mie parole le trovo insomma dentro di te.
Le vene del sesso sono roventi come strade in agosto, mentre la tua bellezza dedicata le risale lasciandosene riempire.
Ogni volta che guidi il mio sesso, la lingua un trampolino, fino al fondo della tua bocca, fino a sfiorarti il cuore, io sento te che penetri me, risalendo, una vertebra alla volta, dentro, verso il cervello.
In realtà, è proprio al mio cervello, che tu stai praticando il pompino. E' la mia testa, ad essere consegnata alla tua lingua, alle tue labbra, alla tua bocca; alla tua malìa.
Il testo cresce, sullo schermo, insieme al desiderio che cresce in quella carne che tu affronti, seduci, formi, esplori, conduci.
Tu sei la mia guida verso la bellezza.
Raccolta sulle tue caviglie, le gambe flesse che rivelano i muscoli lunghi sotto pelle, le mani che stringono invece le mie cosce, la tua posizione disegna il tuo corpo nella forma di una falce di luna brillante nella notte.
I tuoi occhi fremono, come un giardino attraversato dal sole, e brillano liquidi, come due calici di rum creolo.
Le tua guance sono limpide di rossore.
I tuoi seni sono pieni, sono duri di concentrazione e di voglia; sembrano pronti a balzare.
I tuoi capezzoli sono falchi, posati sui cavi elettrici.
I tuoi addominali si contraggono e rilasciano, porzioni di un motore in funzione a molti carati.
Mentre la tua bocca pompa luce, dalla tua fica nasce l'inchiostro della bellezza.
La tua fica si bagna di vita, come, a volte, la roccia espira acqua.
Di quella vita, brilla il sesso, l'ano, le cosce, e le tue dita attirate.
In terra, sotto di te, si allarga una macchia di sole.
La tua fica piange luce.
Che sarebbe da andare a leccare, poi, come vanno i gatti al latte.
Infine, la pagina ed io siamo pronti: colmi di te.
Mi lasci, per sorridere.
La tua mano mi lascia venire, nell'altra tua chiusa a coppa.
Porti lo sperma alle labbra.
Ti lecchi le dita.
Io ti bacio – farlo, è nascere – e poi leggo.
Ti leggo le mie parole, dopo averle ricevute dalla tua bocca.

Matteo Labati

Matteo Labati

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