Racconti Erotici - RossoScarlatto Community
RossoScarlatto Community
.: :.
Racconto n° 1148
Autore: Dunklenacht Altri racconti di Dunklenacht
Aggiungi preferito Aggiungi come Racconto preferito
Contatto autore: Scrivi all'Autore
 
 
Lettori OnLine
 
Romanzi online
 
Manniquin
Brehat
Rebel
Friends
Orchid Club
Menage a trois
Remember
The best
Destiny
My Story
 
 
Le belle labbra di una fiamminga
Lungo la costa avevano costruito tanti mulini a vento.

Erano quasi tutti dipinti di rosso, con le grandi pale bianche. Visti da lontano, quasi facevano paura. Sembravano giganti. Io, però, sapevo, oh, sì, sapevo, che non era così.

Le mugnaie erano bionde, portavano i capelli lunghi che ricadevano a boccoli sulle loro belle spalle rotonde e candide. Avevano i lineamenti del Nord, la carnagione diafana, portavano grandi cesti di vimini sottobraccio, e parlavano una lingua romantica e cupa insieme.

C'erano tanti campi di tulipani: rossi, gialli e bianchi, ma altresì rosa, erano i colori dell'arcobaleno, che facevano sognare.

Era un paese dagli inverni umidi, e dalle estati fresche. I burloni amavano raccogliere a mazzi i fiori colorati che crescevano in campagna, ne facevano ghirlande, con cui giocavano a catturare le donne più belle.

Dicevano che quelle che avevano preso, dovevano appartenere loro per il resto della vita.

Ricordo anche di un porto, sovente sepolto dalle nebbie, da dove partivano bastimenti, velieri e donde, un tempo, era salpato anche l'Olandese Volante, si diceva.

Ero sbarcato da poco in quel paese lontano.

Portavo indosso la mia uniforme da marinaio, decorata d'oro e d'argento, la spada al fianco, no, non avevo ancora la barba bianca, ma nei miei occhi di uomo maturo brillava il ricordo dei cieli tropicali, di palme, di isole dimenticate nell'oceano, e di sogni perduti.

Le belle fiamminghe avevano le labbra rosse, che parevano fatte apposta per tirare dei baci.

Forse, mi dicevo, le avrei ricordate soltanto per questo. Sapevano che molti amavano contemplarle, e le corteggiavano segretamente.

E non di rado posavano il dito sulle labbra, come per regalarne uno da lontano, allo sconosciuto passante.

Era il loro modo di salutare.

Non tutte erano sposate. Abitavano i case di legno, vicino ai mulini a vento, erano affettuose ed altruiste come se fossero state tutte sorelle.

Al calar del tramonto, arrivavano gli uomini, al timone delle loro barche dalle vele bianche, o con i badili in mano, stanchi dal lavoro nei campi.

E le fiamminghe correvano loro affettuosamente incontro, gli gettavano le braccia al collo, e li salutavano con i loro baci, che pareva donassero l'eterna felicità.

Ero in pensione.

A volte, mi smarrivo sui prati, sulla collina dietro ai mulini a vento. La brezza tirava sempre forte in quella regione, e pareva si divertisse a scompigliare i lunghi boccoli rossi o biondi delle donne, che giocavano le une con le altre, a giochi scherzosi che forse non so raccontare.

Di lontano, le vedevo fare a girotondo, tenendosi per mano.

Alla fine, facevano finta di cadere e ruzzolavano insieme sull'erba, che sapeva di primavera. Alcune si tiravano le trecce, che erano lunghe e sembravano quelle delle bambole.

Io coglievo una margherita e ne tenevo lo stelo tra le labbra.

Il vento non riusciva mai a rubarmela.

E io, lupo maliardo, pensavo che quell'invisibile gentiluomo era più astuto di me, e sapeva toccare e carezzare tutte le donne, con le sue mani le toccava dappertutto, ne sfiorava i dolci volti, ma anche i seni prosperosi, e le belle gambe mostrate da gonne di seta.

Forse, il vento le sapeva chiamare per nome, una ad una.

Sì, conosceva assai bene i loro corpi e le loro anime, e credevo fosse capace di tanto.

Ricordo che le fiamminghe ballavano sui campi di tulipani, donne con donne, e pareva provassero piacere, toccandosi.

L'animo mio era perduto in rievocazioni malinconiche del passato, sulla collina dietro ai mulini a vento, una folata improvvisa aveva rapito il mio cappello, quando accadde.

Fu allora che vidi apparire la bambola, i lunghi boccoli biondi scompigliati dalla brezza, avvolta in una sorta di lungo manto scarlatto, che però mostrava le sue forme, venne verso di me, salendo la collina, e reggendo il mio copricapo tra le mani.

Disse:

- MENHEER, credo che vi sarebbe dispiaciuto perderlo!

Lo ripresi dalle sue bianche mani, che involontariamente, con quel gesto, accarezzai. La bambola aveva vent'anni, volle sedersi al mio fianco a guardare il sole e i mulini a vento.

Cogliemmo le margherite insieme.

Il nostro sguardo si smarrì lontano, verso il mare, che pareva toccato dai nuvoloni rossastri che ingombravano il cielo. C'erano molti velieri, e alcuni barcaioli facevano delle segnalazioni strane, verso la costa.

La bambola non volle abbandonarmi, ma si affezionò a me.

Ci rivedemmo altre volte, sempre sulla collina dei mulini a vento. La bella si abbandonava alle mie braccia, socchiudendo gli occhi, e mostrandomi le belle ciglia nere.

Le piaceva farsi carezzare dal suo marinaio, amava la mia uniforme blu, ricamata d'oro e d'argento, e con le lunghe dita eburnee giocherellava con l'elsa della mia spada, decorata di pietre preziose.

Il vento dell'oceano soffiava sempre foriero di malinconie, e di tanto in tanto mi accorgevo che i grandi occhi azzurri di lei si riempivano di lacrime.

Piangeva.

E voleva che asciugassi coi miei baci quelle perle di tristezza, che le bagnavano le gote.

Poi, il sorriso tornava a scintillare sulle sue labbra, rosse come il fuoco, al pari di quelle di tutte le fiamminghe.

Le piaceva consolarmi, e sovente intonava le melodie dell'antica Olanda, che le aveva insegnato sua madre, e che ella non aveva mai dimenticato. Narrava di passione e morte.

La bambola non sapeva da dove venissi, né chi fossi. Non me lo chiese mai. Il mistero doveva avvolgere come un sogno la nostra amicizia appassionata, che giorno dopo giorno sbocciava, come i petali di un tulipano.

Un giorno, la vidi venire a me in sella ad un pony dal manto bianco, e dalle sfumature turchine.

Pareva una fata.

Intorno al collo portava una ghirlanda, fatta intrecciando i fiori che crescevano nei campi. Era fatta principalmente di tulipani. Un improvviso raggio di sole guizzò tra le nubi, e le baciò il volto.

Me la mostrò bianca, languida, di perla.

E languidi furono i baci che mi regalò quel giorno.

Mi diceva di amarmi, carezzandomi le guance con i petali dei tulipani.

Io regalavo quelli delle margherite al vento, e le parlavo di viaggi, di galeoni, di terre lontane, di popoli che camminano con le braccia, e stanno con le gambe all'insù, di animali della giungla.

La bambola volle confidarmi un sogno.

C'eravamo io e lei, salivamo su una mongolfiera multicolore, e a poco a poco ascendevamo al cielo. Sotto di noi c'erano i meravigliosi mulini a vento, dipinti di rosso, di giallo, di verde, e le case del villaggio, dai tetti d'ardesia. Poi, spargevamo mille e mille petali di tulipano, che ricadevano come una nuvola colorata tutt'intorno, e ricoprivano ogni cosa.

La bella sorrise, perché sapeva che nessuno avrebbe realizzato mai quel suo desiderio segreto.

Poi me ne confidò un altro, e più proibito. Forse, soltanto le labbra rosse della fiamminga erano adatte a sussurrarlo.

Disse di aspettarmi nel suo mulino a vento, quello dipinto di verde, un po' lontano dal villaggio. Io promisi, feci tutto ciò che desideravano i suoi begli occhi, che scintillavano come acquemarine.

Mi aspettava all'ora del tramonto. Pioveva a dirotto, quel giorno.

La trovai profumata, vestita in modo provocante, con un tulipano in mano. Mi accolse con un abbraccio ed un sorriso languido languido... Ero un uomo forte e maturo, le dovevo piacere molto.

Il vento soffiava impetuoso, e faceva andare forte i mulini della valle.

La bambola si spogliò davanti a me. Mi fece toccare le sue belle spalle, le sue braccia nude, decorate con tatuaggi turchini e dorati. Portava un bracciale d'argento, che mi fece adorare.

Mi porse i seni grandi, e volle che succhiassi. Oh, sì, volle anche che baciassi, specialmente quel suo ventre nudo, e quel pube glabro, che mi porse poi. Era la porta greca del piacere.

Desiderai.

Anche la fiamminga, sì, desiderò.

Ella intrecciò le sue gambe nude alle mie, dopo essersi sfilata maliziosamente le belle calze, poi, volle farmi sentire il piacere delle sue labbra, sul...

Mi esaudì, ma soltanto in parte. Mentre me lo faceva, le carezzavo i lunghi capelli scarmigliati, per affetto. Mi aveva sussurrato parole d'amore appassionate.

Forse, pensai, erano bugie, sussurrate per un sogno.

Aveva steso della paglia sul pavimento, voleva che lo facessimo su quel giaciglio. E così, accadde. Aveva fatto saltare uno dopo l'altro i bottoni della mia giubba. Eravamo entrambi senza veli.

Consumammo piacere sfrenato. La fiamminga era vergine e gridò forte, per il piacere ed il dolore, insieme. La penetrai, e dopo averla posseduta a lungo, dopo averle regalato mille e mille brividi d'orgasmo, venni in lei. Poi, non paghi di siffatto godimento, succhiammo.

Ricorderò per sempre i miei cari mulini a vento, dipinti di rosso e di verde, la collina dei tulipani, il mare, lontano, con i suoi velieri, e soprattutto quelle labbra, dolci, come fiamme, che bruciavano per il sogno.

Dunklenacht

Biblioteca
 
Community
Redazione RS
Biblioteca

Biblioteca

 
.: RossoScarlatto Community :.