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Racconto n° 2834
Autore: LaDispettosa Altri racconti di LaDispettosa
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Remember, fantasmi dal passato. Veleno, scorre dentro il sangue e ti porta via. True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita. Cuba Libre, un sensuale incontro nella magia di Cuba Timeline, i viaggiatori del tempo Mannequin, il successo e la riconoscenza Dirty Dreams, sogni fuori da ogni controllo. Brehat, alla ricerca del blu di Chartres Charlotte, il profumo dell'oblio. Velvet, donne al di sopra di ogni sospetto.
 
 
Cosa fai, cherie?
Non è stata una mia idea. Ve lo giuro.
Ero solo annoiata dal lavoro che stavo facendo e ho deciso di fare un salto nella chat di Rossoscarlatto.
Lui era lì, con un nome che avrebbe potuto dire tutto o niente.
Rénet.
Aspettava me. Forse.
Il discorso è entrato subito nel vivo.
- Ti va di giocare con me? - mi ha scritto.
Mi piacciono le persone che non si perdono in chiacchiere e che non si vergognano di dirti cosa vogliono. Molti giocano a fare i poeti moderni e poi ti chiedono di spedirgli le mutande che indossi.
E tutto questo non è carino.
Lui è andato dritto al punto senza pensarci troppo.
Anch'io ero lì per giocare.
E così il gioco iniziò.

La scrivania è grande.
È una di quelle scrivanie a due posti dove ci si trova l'uno di fronte all'altro.
Sotto al piano in legno le gambe dei due collaboratori sono divise da un separé. Forse le hanno studiate così per non permettere agli uomini di guardare sotto la gonna delle colleghe.
Daniele, l'uomo che divide con me l'ufficio e la suddetta scrivania, è un uomo sui cinquanta. Ha i capelli bianchi da quando è maggiorenne e ha la barba sempre lunga di un paio di giorni. Ha gli occhi chiari e un buon profumo. Parla poco, ha un meraviglioso accento francese e ogni mattina mi porta il caffè.
Mi piace berlo seduta alla mia postazione. Non amo le chiacchiere che nascono davanti alla macchinetta a gettoni, preferisco la tranquillità dell'ufficio.

- Cos'hai davanti a te? - mi ha chiesto Rénet.
- Un plico di fogli, un'agenda, il mio telefonino - .
- E poi? -
- Un rotolo di scotch, la stampante, un portapenne - .
- Cosa c'è nel portapenne? -
- Alcune matite, una gomma per cancellare, alcuni pennarelli - .
- Prendine uno - .
L'ho sfilato e appoggiato vicino alla tastiera.

- Vaffanculo - .
Lo guardo perplessa e ributto l'occhio sullo schermo.
- Cazzo! -
- Che hai? -
- Non funziona la stampante - .
- Pensi di convincerla prendendola a parolacce? -
- Cheri, scusami. Mi manda in bestia - .

- Quanto è grosso questo pennarello? - .
- Quattro centimetri, più o meno - .
- Passalo sul tessuto degli slip - .
- Non posso - .
- Perché non puoi? -
- Perché non sono sola in ufficio - .
- Certo che puoi. Sei in gonna? Allarga le gambe e fallo scivolare sulla sedia - .

- Senti, fai una cosa - .
- Che c'è? - .
Ho preso il pennarello nascondendolo nel palmo.
- Ti mando un file via rete. Stampalo tu o impazzisco - .
- Ok... - .
La stampante ha iniziato a caricare fogli e a buttarne fuori uno dopo l'altro.
- Quanto è lungo ‘sto file? -

Ho afferrato il pennarello coprendolo con la gonna. Lentamente con una mano l'ho accompagnato tra le cosce e l'ho strusciato sugli slip.
Mi ha colto un leggero tremore.
- Toglilo, ora. E annusalo - , mi ha scritto Rénet.
Con lo sguardo fisso sullo schermo ho cercato di sembrare disinvolta. Tenendo in mano il pennarello e rigirandolo tra le dita per un po', l'ho avvicinato al viso e ho aspirato.
Non avrei mai pensato che l'odore di fica si potesse sentire così forte anche attraverso il tessuto.

- Allora? -
- Che c'è? -
- Cheri, i miei documenti - .
- Ah sì, scusami. Non mi ero accorta che la stampa fosse terminata - .

- Raccontami del tuo odore - .
- Come si fa a descrivere un odore? È come descrivere un colore. Non si può - .
- Sì che si può. Me lo dirai poi. Ora infilalo - .
Ho guardato Daniele preso dai suoi fax.
Ho introdotto il pennarello tra le labbra scavalcando gli slip e ho spinto a fondo tenendolo per il tappo. L'ho mosso ruotando la punta tra le dita.
Credo di aver sospirato.

- Nell'ultimo cassetto ci deve essere una cartellina blu - .
- Uhm? -
- Me la prendi per favore? -
Con il pennarello ancora dentro ho abbassato l'orlo della gonna e mi sono chinata.
- Qui non c'è - .
- Ci deve essere per forza, cheri - .
Ho continuato a rovistare e piegandomi in avanti il pennarello ha aderito alle pareti del ventre.
- Mmh... qui non c'è - .
Ho spostato una ciocca di capelli dagli occhi.
Daniele si è alzato e, girando intorno alla scrivania, mi è venuto vicino.
Si è piegato sulle ginocchia di fianco alle mie gambe. Il viso all'altezza delle mie ginocchia.
- Hai un buon profumo oggi. Più dolce ancora di quella vaniglia che usi sempre - .

- Tiralo fuori. Ora - .
- No. Non ora - .
Ho chiuso la finestra della chat in fondo alla pagina.
Daniele mi ha guardato fisso negli occhi. Uno sguardo un po' più lungo di quelli dettati dalla buona educazione.
Ho ruotato con la sedia verso l'esterno. Verso di lui.
Ho leggermente aperto le gambe puntando con i tacchi delle scarpe sulla gamba del tavolo.
Lui è scivolato con gli occhi sul ventre.
Poi è andato oltre, sotto la gonna, tra le cosce.
Ha passato lieve la lingua sulle labbra. Lentamente.
- Eccola. Vedi che c'era, cheri? - , mi ha detto rimettendosi in piedi sulle gambe e tornando al suo posto con in mano la sua cartellina blu.

Ho riaperto la finestra della chat.
- Sono qui - , ho scritto.
- Tiralo fuori e infilalo negli slip - .
Il pennarello era lucido di miele.
- Ora mettilo di piatto lungo la fessura e spingi sul clitoride - .
Un brivido inatteso mi ha fatto tremare sulla sedia.
- Spingilo. Poi ruotalo e spingilo ancora - .
Mi sono accorta di aver allargato le gambe oltre la scrivania.

- È pieno di errori - .
Non ho risposto.
Ho morso le labbra tra i denti e ho spostato i capelli dal viso.
Ero nervosa.
- Quando si assume gente raccomandata è sempre un casino, cheri. Cheri? - .
- Sì - .
- Mi ascolti? - .
- Sì - .
- Questo documento è pieno di errori. Va corretto - .

- Muovilo veloce. Stuzzicalo, torturalo. Voglio sentirti urlare attraverso lo schermo - .
E io ho urlato.
Dentro ho urlato per tutta la durata dell'orgasmo.
Mi sono accorta che piccole goccioline di sudore scendevano sulla fronte e tra i seni.
- Annusalo ancora. E di nuovo, raccontami del tuo odore - .
Stretto nel pugno ho avvicinato il pennarello al viso. Ho respirato forte.
- Sa di miele e moine. Sa di lusinghe. Di letto caldo e cioccolata sulle dita. È come lo zucchero che rimane sul fondo della tazza quando si fa colazione - .

Daniele mi ha tirato un'occhiata veloce prima di mettersi a spulciare una catasta di fogli.
Sono rimasta immobile, con le gambe larghe e il pennarello stretto nel pugno.
Con un gesto disinvolto, poi, l'ho rimesso, lucido di umori, nel portamatite.
Ho battuto impaziente con la punta del piede a terra più volte senza che me ne accorgessi.
Daniele ha allungato la mano. Sembrava distratto. Sembrava cercare a caso.
Poi si è fermato. Ha guardato il contenuto del barattolo.
Con le dita sospese a metà ha poi afferrato il mio strumento di piacere, l'ha ruotato un po' tra le dita con gli occhi fermi sul pc.
L'ha battuto un paio di volte sul bordo della scrivania. Si è grattato la testa confuso.
- È pieno di errori... - , ha detto di nuovo.
Mi sono mossa sulla sedia. Tutto a un tratto mi trovavo scomoda. Avevo caldo.
- Mettilo ancora questo profumo. Ti sta bene, cheri - , ha detto distrattamente.
Poi, con calma, ha portato il pennarello alla bocca e ne ha mordicchiato la punta.
Golosamente.

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