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Racconto n° 3885
Autore: Erato Altri racconti di Erato
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Inferno, le ombre oscure della rete. X Stories, i mille volti di una straordinaria follia Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto The Best, il gioco delle parti Il vizio, storia di una donna che non sapeva amare. Turquoise, paradiso e inferno senza via di uscita. Phobos, il senso della paura. True lies, le vere bugie di una donna dalla doppia vita. Remember, fantasmi dal passato. Kabala, la dottrina della perdizione.
 
 
Aria sulla IV corda
"Del cigolare d'ali rimosse
ricordo soltanto il canone delle lingue a istruirsi
il solfeggio delle mani sui polsi
quel muto arrendersi
alle nostre note abbracciate
senza dogana tra cuore e sesso"

Marina stemperava le note del suo gin, sfumandole ai toni crepuscolari di quella fine mite di Febbraio. Dietro i vetri del suo studio Venezia sembrava assente ed estranea, gelida nelle sue forme prostrate all'acqua verde bruno dei canali; un nugolo distratto di maschere, i turisti che s'attardavano lungo la stretta calle che da Campo de' Frari porta verso San Marco, sostava sorridente e ignaro sotto le sue finestre.
Imperturbabile nei fumi di un'atarassia difficile a scomparire, tradiva il male di vivere nell'aria di sufficienza con cui aveva imparato a sfiorare tutto, persino se stessa.
Occupava quello che un tempo era stato il piano nobile di un palazzo ormai caduto in disgrazia, eppure da fuori appariva rassicurante nel sottotono pacato delle luci che ovattavano l'antico studio, nell'ocra che bagnava tutto, nei verdi e nel magenta, nell'opulenza dorata degli stucchi che s'offriva alla vista dal baluardo delle alte finestre a lastroni legati a piombo, secondo l'usanza dei mastri vetrai d'un tempo.
Il profumo di quella stanza non era nato per l'olfatto ma per l'udito: il suono dell'oboe si spandeva scivolando sinuoso lungo le pareti, filtrava dai pesanti tendaggi, accarezzava le foglie lucide delle kentie – dita nascoste e silenti – sfiorava i mobili di legno massello, le venature oblunghe per morire sui marmi dei davanzali, sulle balaustre corrose, sul ferro battuto dei cardini, sul legno consumato degli stipiti; i tasti d'avorio battevano il ritmo riflesso nelle gocce sfaccettate di un antico lampadario, rimbalzavano tra i calici sparsi ovunque: ritorte schegge soffiate da bocche sapienti, la foggia impressa da esperte mani.
Quella sera l'Aria sulla IV Corda era padrona di tutto, giocava a sedurre l'illustre adagio di un anonimo veneziano, mentre il giorno passava a miglior vita.
Marina si lasciò cadere sul divano, il bicchiere tra le dita, fissava il soffitto finemente affrescato dalle mani chiaroveggenti di un artista minore soltanto nella fama; chiuse gli occhi sull'austero olio che la fissava dal muro sopra lo scrittoio...una fitta, sconfitta con rabbia e il desiderio lancinante di abbandonarsi al crudo tepore di una lacrima.
Le dita seguirono un profilo immaginato mentre la stonatura di un ultramoderno cellulare continuava a pretendere attenzioni; se ne accorse, Marina, dall'insistente blu che lampeggiava duettando con l'odiosa suoneria , infettandole la grana dei pensieri.
Continuò a fissarlo, con la mente vuota come gli occhi, finchè non finì di suonare.
Un tempo che le sembrò interminabile e indefinibile la separò dalla realtà che ora le si palesava innanzi, lasciandola senza fiato .
- Perché non mi hai risposto? –

Le stava davanti come nei sogni di ogni notte: bella... di una bellezza antica, rinascimentale e sobria, tanto curata nei modi e nelle parole quanto semplice e distratta nei capelli lasciati liberi dai nastri, vestita solo dell'inafferrabile sorriso, figlio di un'efferatezza d'indole che l'innamorava da sempre.
Non ci fu bisogno di parole, solo l'esigenza di svanire insieme dentro al nulla.
Si piegarono l'una dentro l'altra nella pretesa di un contatto che le ripagasse dell'assenza, che rigovernasse le camere del loro amore avverso, convesso, a tratti perverso. Ripreso e poi perso.

- Voglio che Venezia ti guardi - le disse mentre le cingeva i fianchi con le mani, portandola verso le finestre.

La laguna stendeva il suo crepuscolare abbraccio, bellissima severa puttana, lungo la riva che costeggia il campo; un via vai affaccendato non si curava nemmeno di ciò che accadeva al primo piano di quel palazzo che mirava l'imponente mole in mattoni rossi di Santa Maria de' Frari: intabarrato nei pensieri, procedeva spedito , attraversando i ponti, sordo agli archi che immutabili consumavano sulle corde le antiche note.
Le sembrò che nulla fosse cambiato nel lungo tempo dell'assenza, si lasciò condurre dall'evocazione che l'Aria imprimeva alla sua mente; come il maestro di Eisenach rimaneggiava sempre la sua musica, così lei tornò ancora una volta sulla composizione di quella loro storia, stravolgendola di senso, nell'incessante impulso alla perfezione del sentimento nella persecuzione di un ideale carnale irraggiungibile e profano.
Il senso della sua donna, mille volte ridisegnato e progettato dalle vie tortuose dell'anima, era adesso tra le sue mani delicate.

Secondo movimento, fuga affidata alla viola da braccio.
Di spalle le regalò il suo ‘ti amo' , spezzato a metà dal tremare della voce, intensità crescente il desiderio si impadronì persino del loro silenzio.
Due dita leggere sfiorarono l'arco breve della sua schiena e la lingua scivolò a seguirle fino ad arenarsi nella radura dei fianchi. Due pensieri versatili -le mani- osarono risalire oltre la piega dolce dei seni , circondandola; le ampie vetrate rimandarono l'immagine felice dei loro sorrisi mentre cadeva ogni tessuto e la pelle candida tornava a combaciare all'ambra, la loro armonia offerta alla luce tenue della notte, all'abbraccio inconsapevole e spettatore della laguna.

Archi in Do maggiore.
Bagnato ardire che dalla pelle scivola e insinua lingua d'amore tra le pieghe della carne, lì dove si fa molle il desiderio e lucido appare il varco che dà l'accesso al cuore.
Combinazione di due opposti, la IV Corda, la più grave.
Nel suono cupo, mistero in Sol che esita, gioca, carezza e fugge; struggente e languido, gravido di dolore, complesso nell'architrave della melodia; allo specchio il Do maggiore: l'assoluto e la purezza.
Il freddo delle lastre accolse i palmi delle mani di lei e il suo corpo fu dimora per le dita ; dalle bocche scucite l'estasi di un bacio negato, nella richiesta pressante di averlo, nell'ansimare contorto delle viscere, nel movimento sincrono, combaciante , speculare.
L'andamento disteso della musica in sottofondo esplicò le note in movenze melodiche, nel respiro in alternanza alle parole, nel susseguirsi armonico intimo e toccante, nella sospensione immateriale tra cielo e terra.
Continuò a farle l'amore così, di spalle, abbandonata all'estro per soli archi, nell'interpretazione data dalle sue mani sottili ed esperte, fino a quando non sentì dilagare la piena del suo orgasmo sulle dita e in penitente offerta si inginocchiò a raccogliere ogni goccia di lei.
Campo De' Frari largiva il suo silente plauso all'Amore nella prospettiva rovesciata dove è l'altrove che raccoglie il senso.
Nello studio, leggere e impalpabili, confuse al respiro che tornava quieto, le note vibranti dell'Aria sulla IV corda.

"Tendo l'arco
flesso contro la Tua voce
e nella curva della mia schiena
accolgo il tuo respiro che morde"

(in corsivo i miei versi da ‘Aria sulla IV corda' – tutti i diritti riservati - )




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