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Racconto n° 393
Autore: Melissa Lilymarleen Altri racconti di Melissa Lilymarleen
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Le nozze del sogno e dell'incubo
Su gambe fruscianti
si poggia il tuo sguardo
felino
il nodo che stringe
il tuo collo
affannato
è sciolto da arditi pensieri
Su braccia legate
è marchio del mio
dominio
e su lenzuola disfatte
i resti di perle
lucenti



Il trombettista trascinava le sue note con un che di stanco e dimesso, quasi quella melodia fosse il canto malinconico del suo animo. Il cielo era grigio, ma un caldo settembrino soffocava la città, chiusa come in un'enorme serra, e noi piccoli germogli pronti a crescere, assumevamo colori, consistenza, sostanze diverse. Prima di uscire di casa avevo indossato un lungo impermeabile chiaro, chiuso da una cintura proprio sulla vita, sicurissima che un temporale mi avrebbe sorpresa. Ed infatti piccole e calde gocce non tardarono a bagnarmi la punta del naso ed i capelli raccolti. Schiena e tacco a spillo erano poggiati contro il muro, il ginocchio nudo piegato, appena visibile dallo spacco dell'impermeabile, le mani nelle tasche e la mente stordita, forse dal caldo o forse da quella musica malinconica che mi faceva tornare alla mente tristi pensieri.
Dovevo incontrarlo quel pomeriggio, in quel bar dall'arredamento retrò. Mi avrebbe detto, come al solito, mi dispiace, poi avrebbe preso la mia mano e ne avrebbe baciato il dorso, mi avrebbe sorriso falsamente ed accarezzato i capelli per poi sussurrarmi nell'orecchio:-Andiamo a fare l'amore- ed io lo avrei seguito, oppressa, attanagliata, ancora incazzata. Avrei fatto l'amore fingendo un improbabile trasporto, alla fine lui si sarebbe alzato e fatto una doccia. Ed il giorno dopo avrebbe ricominciato tutto come prima: bugie, tradimenti, deliri incomprensibili, gelosie da mercato, e poi scuse inverosimili. Ero stata troppo indulgente. Una punizione, questo ci voleva. Una di quelle che non avrebbe mai più dimenticato, che gli avrebbe lasciato il segno nell'anima e nella pelle. E poi magari andarmene, sul più bello. Avrei mai potuto riuscirci? Mi risposi di no mentre lo vedevo mescolare il tè nella tazzina, ondeggiando lentamente il cucchiaino. Gli occhi vergognosamente puntati sulla bevanda, postura tesa e nervosa. Lo guardavo tranquilla, ormai abituata ai suoi atteggiamenti ipocriti, alle sue parole vane.
-Lo berrai o no?- chiesi indicando la tazza con la testa.
Lui alzò le spalle e guardò fuori, rivolgendo lo sguardo verso il musicista di strada.
Sorrise.
Lo detestavo quando sorrideva. Soprattutto quando sorrideva di cuore, evitando di sfoggiare la sua incerta sicurezza.
-Si può sapere perchè sorridi?- chiesi calma
Alzò nuovamente le spalle e sbuffò. Prese la tazzina fra le mani e sorseggiò piano, poi disse:-Pensavo...-
Sbuffai infastidita ed esclamai:-Mi hai fatta venire qui per parlare o per stare a guardarti?-
Mi puntò gli occhi addosso e mi fissò. Io abbandonai qualsiasi difesa.
Impertinente mi disse:-Guardarmi o parlarmi... Che differenza fa...? Tanto a te basta avermi accanto per essere felice e completa.-
Lo guardai ironica, stizzita, disgustata, ammirata, incantata. Innamorata. Tradì i miei pensieri, scacciai via i programmi che avevo fatto qualche ora prima di partire da casa: sì, sarei fuggita con lui, ovunque lui avrebbe voluto condurmi.
Questa volta fui io a sussurrarglielo:-Andiamo a fare l'amore...-
Non lo implorai, no. Lo feci partecipe del mio struggimento, del mio sentimento.
Bevve il tè tutto d'un sorso, lasciò il conto sul piattino e quando mi alzai mi circondò le spalle con un braccio. Era dannatamente serio, come non l'avevo mai visto, forse era davvero cambiato come mi aveva detto. Aveva abbandonato quell'espressione ironica e stancante che negli ultimi anni aveva assunto. Espressione tipica dell'uomo che non ti considera più suo tesoro personale, che magari sta raccogliendo gemme un pò dovunque, avido ed egoista. Cosa ne avrebbe fatto di tutte quelle gemme? Una bella corona, sì, una bella corona per sublimare il suo essere mai sazio di avventure, la sua indole distratta ed egocentrica. E io che parte avrei avuto? Sarei stata solo lo scheletro, l'impalcatura, e lui vi avrebbe costruito sopra, prosciugandomi. Ma io, volubile e molto più egoista di lui, mi sarei lasciata prosciugare.
Un'espressione del viso nuova gli donava una sconosciuta compostezza ed una pacata determinazione: ne fui stupita e meravigliata.
Fermò un taxi che si era accostato al margine della strada, diede il suo indirizzo e attraversammo le strade infuocate in silenzio. Io non pensavo, anche lui sembrava non pensare. Non mi sentivo nemmeno in diritto di chiedere, di parlare. Volevo solo fare l'amore, subito. Non ebbe il tempo di infilare la chiave nella serratura che già le mie mani l'avevano voltato, il mio ginocchio puntato fra le cosce e la mia bocca che succhiava avidamente la sua: lo volevo per me, lo volevo mio, ardivo il suo corpo e la sua pelle come se fossero terra sconosciuta, mai attraversata.
-No, ti prego...-sussurrò
Lo guardai interrogativa, con lo sguardo gli chiesi che cosa aveva in mente di fare. Fermarmi? Non l'avrei fatto, sarei arrivata fino in fondo.
O forse era un modo per dichiararsi sconfitto?
Continuai a premere le dita sulla sua camicia sudata, labbra contro labbra e lui si svincolò da me. Mi stupii. Lo osservai timorosa.
-...Che succede?- gli chiesi.
-Entra, ti prego...- il tono della sua voce era malinconico, dolce.
Imbarazzata entrai. Sulla parete attrezzata dirimpetto l'ingresso, scintillava la nostra foto fatta durante un viaggio a Vienna, quando per un intero week end giocammo ad inserirci in improbabili ruoli che stuzzicavano le nostre fantasie. Mi lasciò in piedi all'ingresso, sfilò via la cravatta mentre attraversava il lungo corridoio e poi entrò in cucina. Rimasi ad ascoltare. Silenzio. Non mi mossi da quella posizione, non tolsi nemmeno il lungo cappotto, non gettai sulla poltrona nemmeno la borsa. Respiravo a malapena. Era strano, eccentrico sì, ma non fino a questo punto... Neanche invitarmi a seguirlo, anzi, intimandomi con lo sguardo e con i gesti a rimanere lì dov'ero. Voleva umiliarmi definitivamente, ecco cosa voleva. Voleva che lo seguissi, come cagna prostrata ai suoi piedi, chiedergli in lacrime di fare l'amore, che ne avevo bisogno.
Quando improvvisamente sentii un sussurro. Proveniva dalla cucina. Stetti un attimo in silenzio cupo, smisi persino di respirare per ascoltare meglio. Un riso soffocato, di donna. Feci risuonare i miei tacchi lungo il corridoio, camminavo lentamente ma con un'ansia estenuante... Mi affacciai dalla porta e li vidi. Lui le cingeva la vita e le baciava il collo, lei sorrideva soddisfatta con occhi semichiusi. Scaraventai la borsa sul pavimento, avanzai minacciosa verso di loro ed urlai:-Chi cazzo è questa? Si può sapere che diavolo succede??-
Lui sorrise ironicamente ed esclamo:-Lei è Susanna. Susanna, lei è Nannò- da anni mi chiamava con questo stupido nomignolo che in greco antico significa "bambolina". Ebbe il coraggio di chiamarmi così anche in quella circostanza, bastardo. La sua Nannò, poteva giocarci e buttarmi via quando più gli avrebbe fatto comodo.
Piansi disperatamente, lo riempii di pugni sulla schiena, lei rideva. Non riuscivo a percepire più la realtà, la mia mente era annebbiata, sconvolta. Presentarmi la sua amante proprio nel giorno in cui aveva deciso di rimediare ai suoi errori: perchè? Che senso poteva avere tutto ciò?
Andai in lacrime verso il salone, mi distesi sul divano supina e piansi, piansi infinitamente. Non mi curai più di lui, che scopasse pure con Susanna o come diavolo si chiamava! Era malvagio, cattivo. Lo stomaco si contorceva, sentivo la mia anima trapassata da un chiodo che si conficcava dritto, secco. Mi misi a sedere, asciugai le lacrime e mi guardai intorno. Una penombra dolce avvolgeva l'ambiente, un piccione era appollaiato sopra la ringhiera del balcone e i miei singhiozzi erano l'unico rumore che si poteva ascoltare dentro la casa.
Mi alzai e ritornai in cucina. Loro erano ancora lì, parlavano in piedi, lui non sorrideva più, lei si riavviava i capelli e premeva le labbra con un dito, pensierosa.
Con gli occhi gonfi e i capelli arruffati gli chiesi perchè mi aveva fatto questo.
Lui non rispose, o forse non gli diedi il tempo di farlo. Mi abbassai fra le sue cosce, estrassi il suo membro non ancora eccitato e cominciai a leccarlo. La mia lingua e le mie lacrime lo bagnavano, ma forse lo eccitavano più le mie lacrime. Voltai la testa e la guardai fulminandola; non parlai ma era chiaro che le stessi dicendo:-Guarda a che punto arriva il mio uomo, con me.- Ed infatti il suo membro non tardò nel prendere una notevole consistenza, al punto che le vene della sua virilità affiorarono.
Mi alzai e lo baciai in bocca, con le labbra ancora impregnate del suo odore. Lui mi guardò stupito, i suoi occhi erano smarriti nei miei, in cerca di risposte.
Lei guardava seria, sicuramente innervosita dalla mia presa di posizione. Voltai loro le spalle e mi diressi verso la camera da letto, immersa anch'essa nella penombra. Il letto era sfatto e a questa vista sentii un ulteriore tuffo al cuore: pensai al corpo di Susanna che subiva i colpi di lui, stringendolo fra le cosce. La vidi godere e lo vidi soddisfatto della sua ultima preda. Li immaginai prede di sè stessi, impegnati a scoparsi in tutte le posizioni possibili, provando molteplici orgasmi, sempre diversi.
Slacciai la cintura dell'impermeabile e rimasi vestita del mio tubino nero e stretto, le cosce nude e i sandali ai piedi, con i lacci che si intrecciavano sulle caviglie.
Mi sdraiai su quel letto, in cui potevo ancora sentire l'odore del sesso, o forse fu solo suggestione. Sollevai l'abito, aprii le cosce ed allungai le braccia sopra la testa. Una posizione strana la mia, come se volessi attendere qualcosa o qualcuno ed offrirmi arresa.
Mi contorcevo senza toccarmi, forse preda del dolore o forse di un piacere malato che si stava impossessando di me. Avevo guardato Susanna ma non mi ero ancora resa conto se fosse bella o no, non distinguevo nella mia mente il colore dei suoi capelli o dei suoi occhi. Non desideravo più niente.
Chiusi gli occhi in quella posizione, forse svenni, e quando riaprii le palpebre mi sentì ancora più pesante di prima, come se avessi dormito un'eternità.
Gli occhi di Mauro erano fissati sulle mie cosce, Susanna al suo fianco gli stringeva il membro fra le mani. Gemetti di dolore, un lungo rantolo di cane ferito. Il cuore fu colpito da un'infinità di spilli, fu come pressato da una morsa.
Lui fece un gesto con la mano e Susanna si abbassò su di me. Mi penetrò con due dita e mi inarcai involontariamente. Con lo sguardo cercai lui, ma era già chinato sotto di lei e potevo scorgere la sua lingua che accarezzava il suo sesso fulvo. Susanna aveva i capelli rossi e ricci, lunghi un pò sopra le spalle. Gli occhi nocciola e grandi, con lunghe ciglia, evitavano con cura di guardarmi. Indossava un vestito colorato a fiori, uno di quelli che ho sempre odiato e su cui anche lui ha espresso più volte il suo disprezzo. Infatti mi ritrovai a sussurrare:-Puttana, lui odia i tuoi abiti.-
Lei mi sorrise con un ghigno e disse con voce acida:-Ah sì? Allora è il caso di sfilarmelo...!-
Le sue dita premevano ancora sul mio sesso, e io non potevo più controllare la mia eccitazione. Urlavo, ma non di piacere, non solo. Lui si spostò, per agevolarle la svestizione e lei sfilò via il vestito e mi mostrò il suo corpo nudo, abbronzato, su cui spiccavano due seni sodi e sferici.
La prese per i fianchi e la penetrò, senza pensarci, davanti ai miei occhi. Un colpo e il suo membro era già nelle sue viscere.
-No!- urlai
E lui disse ansimando, mentre la scopava:-No cosa?-
-Non potete....- le lacrime erano impietose, scorrevano senza fermarsi.
Raccolsi le forze e mi alzai in ginocchio, in corrispondenza dei seni di lei. Mi spogliai anch'io e afferrai il suo capezzolo, stringendolo fra le dita e lo tirai forte, tanto che nel suo volto si stampò una smorfia di dolore, o forse di disprezzo. Portai le dita sul suo sesso, proprio dove prima lei aveva posato le sue e premetti contro il suo vulcano, lei si lasciò sfuggire un gemito. Lui anche. Lasciai scivolare la mano ancora più giù, dove il sesso di lui andava avanti e indietro convulsamente; riuscii ad afferrarlo, lei si ritrovò svuotata di lui, e io lo avevo in mano. In pugno. Lo trascinai sul letto, tirandolo per il nerbo eccitato e lui non oppose resistenza. Si distese sulla schiena con le braccia sparse, come arrese. Mi chinai su di lui e gli sussurrai all'orecchio:-Di chi sei?-
Lui non rispose, fu percorso da una scarica elettrica provocata dalle mie unghie che torturavano i suoi testicoli.
Lo baciavo con ardore, lo succhiavo, volevo togliergli l'anima e il respiro. Mi voltai verso di lei e con un gesto della testa le feci capire di abbassarsi fra le mie natiche e leccarmi, subito. La schiena di Susanna era poggiata contro un'anta dell'armadio, sudava, palpitava e dai suoi occhi ben capivo che non era pronta a perdere.
Così glielo feci capire a parole:-Leccami, adesso-
Lei venne verso di me e graffiò la mia schiena con le unghie, le lasciò scorrere verso il mio orifizio e proprio lì portò la sua unghia. Provai dolore, ma non smisi di baciarlo.
Sembravo un animale, a quattro zampe, a succhiare la bocca di un uomo e a subire la violenza di una donna. Mi voltai con tutto il corpo: adesso lui era sotto di me, poteva ammirare la mia schiena e le mie natiche che premevano contro il suo ventre. Serrai le cosce e presi come in una morsa il suo sesso, stretto fra le labbra in maniera orizzontale: il suo sesso era una specie di appendice del mio. Cominciai a masturbarlo. Presi una coscia di lei, e non si divincolò molto: la mia lingua fu presto fra le sue labbra, e la mia bocca schiusa a bere la sua eccitazione.
Il cazzo di lui era in ebollizione, fra poco sarebbe esploso. Lei era completamente sconvolta. Io madida di sudore, per niente sazia, sicura di una vittoria inesorabile
-Sdraiati!- le ordinai. Si lasciò andare sul letto.
E mentre ciò avveniva avevo strappato il suo vestito e con un lembo avevo assicurato i polsi di lui alla testiera del letto. Feci lo stesso con lei, solo che le sue braccia furono divaricate e distese.
Adesso potevo essere penetrata e godere della mia vittoria. Mi impalai e nel momento esatto in cui lo feci entrambi urlammo di un orgasmo feroce ed assassino, violento e animale. Lei si stava masturbando e pensai che era necessario il colpo di grazia: mi sedetti sulla sua faccia, il mio sesso ricolmo dei miei umori e dello sperma di Mauro. Lei succhiò tutto, fino all'ultima goccia. E,quando ebbe finito, presi il mio vestito nero e glielo gettai addosso dicendo:-Quando esci di qui metti questo, nessuno vuole vederti nuda-
Non fiatò.
Lui era ancora legato al letto, scopato, distrutto, frantumato. Indossai nuovamente l'impermeabile sulla pelle nuda e sudata ed allacciai la cintura alla vita. E, mentre lo facevo, alzai una coscia verso di lui e puntai il tacco dritto alla sua gola:-Se hai ancora voglia e forza scopati pure Susanna, adesso-
Con voce strozzata disse:-Puttana...-
Lo baciai ancora e uscii dalla sua casa e dalla sua vita.
Fuori aveva cominciato a piovere forte e quando un tuono rombò nelle mie orecchie mi svegliai di soprassalto: Mauro era nudo disteso accanto a me, nel sonno sorrideva.
Lo osservai, con la fronte madida di sudore e risi sommessamente. Poi sussurrai:-Che stronzo...- e nascosi le labbra con una mano.

Melissa Lilymarleen

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