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Racconto n° 4193
Autore: Aedocieco Altri racconti di Aedocieco
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Ti ho davanti
E come posso dire di esser sola se tutto il mondo è qui che mi contempla? (W.Shakespeare)
Ti ho davanti. Braccia muscolose ti stringono in una morsa. Nervose le mani passano sul tuo petto gonfio di desiderio. Strofinano i capezzoli inturgiditi dal troppo attendere. Brancolo sui tuoi fianchi, cincischio con i tuoi lombi, li strizzo, gli schiaffeggio, li arrosso, li distruggo.
Il mio sesso vibra al vento, si dimena, urla di eretistica rabbia.
Hai mai visto un cavallo fare all'amore. Il suo attrezzo tubolare, intarsiato di vene enormi, erge la testa del glande; si distende per più di quaranta centimetri. Non ha braccia per afferrare la preda, l'animale, e non può che salire sulla schiena per tentare l'approccio intimo. Sbaglia una, due, tre volte, poi infila la porta e penetra in tutta la profondità del suo desiderio. Dopo qualche violenta botta si ferma. Sosta immobile in lei, così, finché non crolla il lungo peduncolo scrosciando secchiate di sperma dalla fessura enorme, arroventata dall'attrito. Con un nitrito si allontana per poi tornare a tentare il nuovo approccio. La cavalla sosta, sembra non partecipare. Si allontana, poi torna. E' come se dicesse con calma: - Fallo ancora - , senza darlo a vedere.
Non così è per te. Tu partecipi, soffri, ti dimeni, mi scacci, attirandomi. Vorresti correre via mentre ti concedi.
Finché mi vorrai? Finché potrò cavalcarti. E poi?
Come un uligano agguanto il mio ferro da scasso e l'avvicino alla tua saracinesca per divellerla. No, non quella che ti aspetti.
T'accorgi dell'improvviso capovolgimento di fronte e con forza inarchi la schiena. I tuoi muscoli li sento tendersi fino allo spasimo. E' una lotta la tua.
Preso alla sprovvista, mi faccio disarcionare. Eviti l'innesto e scivola la magica bacchetta sbrodolando vischiosamente nel preludio del desiderio. T'imbratto la coscia. Ti rivolti, lesta come una biscia e mi sovrasti. La bocca contro il mio sesso, la tua potenza contro la mia.
Già lo imbocchi. Lo lecchi, sgusciandolo come una fava. Le mani mi stringono i capezzoli. Esco di testa. Non so se soffro o sto godendo. Dolore e piacere sono un tuttuno o la conseguenza di uno dall'altro. Vorrei non finisse mai. Anch'io approfitto per entrarti nelle parti più intime. La mia lingua si sofferma e vibra sul tuo ano. Lo sento stringersi intorno all'esile umida consistenza del vibratile peduncolo orale. Troppo esile per la sua schiusa.
Inarchi nuovamente la schiena, non vorresti, ma cedi all'unguento che delicato spalmo sul tuo orifizio esterno, accarezzandolo con sapienti tocchi dell'indice e del medio. Lo sfintere si allarga a dismisura. Penetra il desiderio nell'anfratto buio orlato di rosa, accedendo l'incenso con il tuo profumo.
All'improvviso il sangue mi schizza fuori dalle orecchie e il dismesso desiderio mi riprende.
Devo possederti come dico io, fino in fondo, fino all'ultimo movimento del tuo occhio perineale. Finché non rimarrà esausto sotto i miei colpi, completamente disfatto e allargato dal desiderio soddisfatto.
Astuzia e velocità. Batterti sul tempo.
Ti accarezzo la schiena, la sollevo, l'abbraccio. Ti concedi. Cerco le labbra che mi doni con spontanea dedizione. Perdi il controllo del tuo corpo e allora innesto un gamba sotto la tua. Sei rimasta solo con l'altra a contatto con il lenzuolo. Il corpo è sbilanciato. Il mio sesso sa che sta per giungergli il premio tanto atteso e si tende spasmodicamente nell'attesa che cada la preda.
Uno scatto e ti sono alle spalle, la mia fronte contro la tua nuca. Il mio braccio sostiene il tuo petto schiacciando la tua schiena contro le mie mammelle e nel contempo allarga il tuo braccio facendogli perdere la presa, mentre l'altra mano corre a guidare l'innesto.
Tu annaspi, vorresti gridare, ritrarti. Senti affondare l'arma che dalle mie viscere si incunea nella tua cavità. Vorresti afferrarmi con la mano libera, ma la mia è già sulla tua. Perduta è la partita.
Digrigni i denti, stringendo tutto quello che ti è possibile. I tuoi muscoli sembrano avere la stessa potenza dei miei. Tenti con le gambe di scalciare, ma la forza delle mie ti sovrasta evita che tu possa attuare l'unica mossa che ti rimane. Il ponte non riesce perché il peso ti schiaccia evitando angoli acuti che ti possano agevolare.
In quel momento avverti che il tasto della discesa è stato premuto e non puoi tornare indietro. Distendi la testa, cercando di colpirmi, ma io evito parando con lo - splenio - allenato in ore di palestra.
Ora avverti che il lubrificato stelo dello stantuffo si apre la strada carotando all'interno del ventre riottoso. La furia del tuo rifiuto si attenua. Non puoi più muoverti. Sei a tappeto e batti sul tatami con la mano meno impegnata a proteggerti. Ma anche quel battito diventa il movimento del tuo cuore che avverto pulsare sotto il mio. All'unisono battono ora mentre la tensione del tuo corpo non offre più ostacoli.
Superato l'opercolo, corre ora il treno; ingrana la marcia; gira il volano del nostro amore.
La macchina è partita. Avverto il tocco dei tuoi capelli che strusciano sui miei occhi, le tue gambe si aprono come petali grondanti di pioggia che s'asciugano al sole dopo la tempesta. Il tuo bocciolo succhia linfa vitale per svuotare del seme riposto le doviziose gonadi oblunghe. Le reni si adeguano al moto e operano in complemento. Agevolano lo sfregare dei corpi, ora non più respinto ma agevolato.
Il cuore mi scoppia, il sesso mi dilania. Vorrei che la meta non fosse più raggiunta o forse non vedo l'ora di arrivare. Nel contrasto essuda la mente, svanisce la materia. Sono un lago di bramosia ed il mio si congiunge al tuo divenendo un unico essere che si dimena nel mare salato per salvare la vita. Sfreghiamo i nostri corpi scivolando sui nostri secreti.
Un attimo, ti prego! Un secondo ancora...Amore! Amore, amore...!
Mi distendo sulle tue scapole, sui glutei ammorbiditi dall'uso, sul tuo ansimante torace.
Anche tu hai un brivido, un sussulto, un grido smorzato che vorrebbe dire: - Continua, ti prego...! -
Non come prima sono le tue parole. Non sacramenti, non mi chiami più bastardo, cane insidioso, verme strisciante.
Ora blandisci la mia forza, la mia potenza, il mio - essere uomo - con l'attributo che ti è rimasto
infisso nel cuore ed ora, lentamente, scivola via dal pertugio dilatato, esausto, soddisfatto completamente. Dimeni i glutei contro la povera pompa ormai sgonfia. Vorresti dire: - Ancora...! - , ma non lo dici, consapevole dell'utopica richiesta.
Ora so che non ti tirerai più indietro e ti accarezzo scivolando sotto il tuo stampo.
Nel torpore che mi prende, nel liquido fulgore che ha coperto i miei occhi, io ti tocco nel giusto verso. L'umore ha bagnato il tuo sesso che giace anch'esso allungato: un piccolo tubero!
Sogno o sento me stesso?
Ecco cos'era un sogno, un misero sogno perché tu hai disdegnato la mia compagnia.

Aedocieco

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