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Racconto n° 4247
Autore: Jihan Altri racconti di Jihan
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Inferno, le ombre oscure della rete. Orchid Club, il piacere tecnologico Rebel II,  la conferma di ogni sospetto Remember, fantasmi dal passato. X Stories, i mille volti di una straordinaria follia Veleno, scorre dentro il sangue e ti porta via. Libero Arbitrio, il tempo dell'intrigo. Mannequin, il successo e la riconoscenza Voyage, la via della perdizione. Una Storia, cronaca di un mistero irrisolto
 
 
DiVino Riflesso
E mi aspettavo pure la luna e le stelle.
Cretina.
Anticipare la partenza di un giorno per starmene in pace a godermi in perfetta solitudine l'autunno nella casa nel bosco. Altro che pace, questo è un confino, la morte civile.
Continuiamo così: facciamoci del male. Più male, please.
Quanto alla solitudine, è davvero perfetta. Sono appena le sette di sera e sono immersa in un silenzio tombale. Perfino il cane m'ignora, dorme davanti al fuoco e se lo chiami sposta solo un sopracciglio, nemmeno apre gli occhi, nemmeno accenna a drizzare le orecchie. Sembra imbalsamato. Fa finta di non sentire per timore che gli dica di uscire, ma è l'unica anima viva nel raggio di tre miglia da me.
E io sono cretina, mica pazza.
Fuori, naturalmente, piove. Nemmeno un temporale, che almeno fulmini e tuoni avrebbero creato un atmosfera un po' noir, avrebbero generato una tensione, un brividino. No, solo una pioggia-pioggia, fitta, costante, incessante, un muro d'acqua compatto, lungo da qui al mare. Una banalissima, noiosissima pioggia autunnale e io non so più tremare. L'umidità condensa sulla superficie del vetro velando anche l'infisso. Passo la mano a ritrovare trasparenza, ma oltre il vetro c'è un'oscurità densa e compatta che non fa indovinare alcun orizzonte. Vedo appena il selciato intorno alla casa, un principio di prato, la sagoma incerta del melo. Cerco di adattare gli occhi al buio, per intravedere la curva morbida delle colline in fondo: non scorgo nemmeno una sbiadita variazione del nero. Accidenti a me e alle mie manie bucoliche del cazzo.
Massimo me l'aveva detto:
- Non arriveremo prima di sabato alle undici, perché vuoi andarci da sola? Corri il rischio di suicidarti per la malinconia.
- Scherzi? Non vedo l'ora. Sarà bellissimo. Il bosco sarà un incendio di colori e la notte sarà argentata e cucinerò, leggerò, penserò, mi godrò il fuoco del camino e il silenzio.
Cretina. Masochista e cretina.
In fondo, dentro casa c'è questo tepore tanto piacevole da consentirmi di essere scalza. L'abito lungo di mohair a contatto con la pelle nuda, mi segue elastico mentre passo in cucina. E' inutile che me la racconto, questa è una di quelle situazioni da cui si esce solo con una voluttuosa, estenuante maratona di sesso. Il festival della lussuria, la rassegna del piacere, la fiera del desiderio, tutto in una notte.
Posso solo ubriacarmi, che altro?
Naturalmente in questa cavolo di casa sperduta nel bosco l'unico apribottiglie è un tirebouchon a cavoretto, che nemmeno Veronelli saprebbe usare. La bottiglia di Primitivo e il ballon in una mano, il cavatappi e l'orlo del vestito nell'altra, riguadagno il divano.
Essì, sbattuta come si deve, a quattro zampe come un animale, unica luce il fuoco del camino che mi tinge la pelle con sontuosi riflessi ambra, mentre dondolo lentamente il culo e una voce, quella voce, mi dice: - Sei bellissima - .
Fanculo Gio, fottiti. Avvito il cavatappi nel sughero come se potessi trapanarti il cuore. Il vino cade nel bicchiere con un ampio vortice. Io non sarò mai tua amica. Volevi un gran finale: il carnivoro propone alla sua vittima un menù senza carne. La parte della vittima puoi mettertela dove dico io, signor regista.
Lo avvicino al viso. Aspiro. Al naso è intrigante con matrici terrose e di sottobosco, il tannino fitto in dialogo serrato con l'acidità.
Chiudo gli occhi e risento le note odorose della tua pelle, quelle selvatiche e speziate del tuo sesso. E' dolore puro, liquido, che blocca il diaframma e trasforma il cervello in una massa nebbiosa.
Li riapro. Allo sguardo è rosso rubino brillante, con riflessi violacei. In bocca te lo aspetti vivo, misterioso, deciso, persistente, lungo e complesso al palato, appena appena legnoso, lento a concedersi, ma io ho tutto il tempo.
Rivedo il tuo sorriso ladro, la maschera utile alla sopravvivenza quotidiana e, dentro, la disillusione del tuo io che non sa credere. Rivedo i tuoi occhi. Scuri e profondi come quello che viene dopo: il buio, il nulla. T'invidio quello che ti ho regalato.
Bevo un sorso. Il tannino è deciso. E' strutturato, potente, profondo, accattivante e pronto a conquistare.
Proprio come il nostro gioco, che non scadeva mai per qualità, per ironia, complicità, tanto da sembrare un'affinità predestinata. A me, si, scusa: sembrava solo a me. Tu sei il Regista. Quello delle tattiche e delle strategie, quello che riesce sempre a dissimulare le proprie intenzioni, quello che entra nelle cose solo se sa da prima come uscirne.
Un altro sorso. Invade la bocca con passo felpato, dà l'impressione di donarsi di più, con maggiore calore, con meno verticalità e lunghezza. Stoffa vellutata, sapidità avvolgente che percorre la lingua senza mai smettere di imporsi al palato, scava in profondità partendo dalla prugna fino a giungere a liquirizia e terre minerali.
Schiocco la lingua sul palato. E' un gesto che mi piace, ricorda la golosità, la voglia. Dio, com'ero golosa: ti succhiavo per ore.
- Sei una gran succhiacazzi. La mia succhiacazzi. Solo mia. -
Tu non hai mai saputo resistere ai luoghi comuni dell'eros. Volevi solo una preda, un trofeo di caccia da appendere sul camino, per vanagloriarti, nelle sere in cui resti a far la guardia ad un focolare ormai spento. Perché non ti bastano i tuoi sogni ad occhi aperti, no, tu devi fare il ‘cinema'.
Ancora un sorso, l'ultimo che il bicchiere contiene. Tengo il liquido al caldo nella bocca, lascio che la mucosa se ne impregni. Comunicativo, morbido, rotondo, non ha nessun cedimento, si distende con grazia, con prepotenza, il calore lo rende avvolgente e ne smussa i toni duri. Il finale è lunghissimo e i ritorni coerenti all'olfatto.
Ti tenevo la testa tra le mani mentre venivi, rantolando, dicendo il mio nome. Disegnavi acquarelli sulla mia schiena, nuvole candide, perlacee stelle filanti, bianchi passaggi di tempo. Nella stanza, l'odore del sesso, quello degli amanti.
Il liquido scivola nel calice e assume riflessi granato. Ha respirato abbastanza ed è levigato, quasi sontuoso.
Vuoto il bicchiere.
Io volevo che m'inculassi e tu mi hai solo preso per il culo. E non sono sicura che tu conosci la differenza.

Finirà questa bottiglia, finirà quest'inverno.

Jihan

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