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Racconto n° 4248
Autore: MariaGiovanna Luini Altri racconti di MariaGiovanna Luini
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Cosa sto facendo, adesso
Dovrei raccontare ciò che è accaduto prima. Per farvi capire, almeno, per non concentrarci squallidi e arrapati su gesti che in fondo sono sempre gli stessi.
Perché c'è stato un prima. E ve lo descrivo, poi si vedrà.
Questa mattina mi sono alzata con il male alla gola. La notte avevo tossito fino a sfinirlo, lo sentivo girarsi e rigirarsi nel letto nervoso e con la voglia di dire qualcosa, ma ha taciuto. Mi ha lanciato due o tre carezze stanche, si è messo con la schiena rivolta a me e si è addormentato. Quando mi sono svegliata, la seconda volta (mi sveglio sempre una prima volta, verso le cinque, per scrivere, ma non sempre mi alzo, e soprattutto non mi alzo quando nel mio letto c'è lui, in presenza rara durante i giri stabiliti dalla casa cinematografica, poi mi sveglio una seconda volta, non più tardi delle otto, di cattivo umore), gli ho chiesto:
- Mi hai sentita tossire? -
- Tossire, quando? -
Ha mormorato ancora intontito, e mi ha fatto sorridere. Sono belli i primi mesi dell'amore. Si pensa che tutto sia diverso da ogni altro momento di infatuazione, si crede che la gentilezza sia destinata a durare. Insomma, sono mesi speciali. Giorgio ha finto di non avere sentito la mia tosse, di non essere stato disturbato. L'ho amato, e ho sorriso.
- Cosa vuoi fare? -
Ho chiesto al suo corpo rallentato dal sonno.
- Dormire -
Ha risposto, e mi ha fatto ridere. Mi sono buttata fuori dalle coperte, risvegliata sotto una doccia quasi fredda e vestita di tuta da ginnastica nera e biancheria intima bianca. Come piace a lui. Poi, dopo la colazione per camionisti che è la mia passione (da camionisti per la dose, non per ciò che mangio: non ho idea se i camionisti abbiano preferenze particolari sulla qualità del breakfast), mi sono trascinata verso lo studio. Dovete sapere che, in questa casa nuova, ho uno studio solo per me che misura poco più della scrivania che ci ho infilato dentro. Ci sono librerie a tutte le pareti, una poltrona ergonomica verde, le matrioske che colleziono pigra e i libri. Libri orizzontali, verticali e obliqui, italiani, inglesi, francesi e olandesi, autografati oppure sottolineati da me, stropicciati o nuovi, amati oppure disprezzati, ma tenuti tutti come acqua in un deserto. Ho stipato roba in questo studio una settimana fa, quando Giorgio era ancora da qualche parte sul palcoscenico, e in fretta e furia ho iniziato a dare alla stanza forma e odore umani. La amo, sapete, è un rifugio che mi sta proprio bene. Sembra nato per me. Perfino il gatto si è insediato sulla sedia ergonomica verde, appoggia la schiena al cuscino arancio a forma di cuore e dorme oppure guarda fuori dai vetri, osserva l'anemometro che gira sul balcone e la vicina che sbatte i tappeti nella pioggia battente.
- Cosa fai? -
Ha chiesto Giorgio l'altroieri sera, quando finalmente è arrivato.
- Questo è il mio studio, ti piace? -
E' entrato, ha guardato a destra e a sinistra e annuito.
- Sì, molto. Cosa sono quelle carte? -
Ha indicato con un braccio un mucchio sfatto di cartoncino e carta, quaderni e giornali.
- Cose da buttare, li sto infilando nel sacco nero -
Si è chinato, ha letto qua e là.
- Sono lettere, anche. Qui un tizio ti augura felice compleanno -
- Si fotta -
- Ah, ho capito chi sia il tizio. Perché butti via i ricordi? -
- Non li butto tutti, solo quelli che si sono rivelati falsi -
Non ha insistito. Non gli interessa, conosce l'argomento e ha già tentato più volte di convincermi che sono estrema, e rigida, e che non posso trasformare in bugia barlumi di amore che forse ho ricevuto. Forse. E' il forse, che frega. Comunque. Con le braccia robuste si è appoggiato sul petto tutto il mucchio e l'ha rovesciato nel sacco, poi mi ha aiutata fino a notte, ridendo dell'ossessione che avevo nell'eliminare, eliminare, eliminare.
- Attila, ora voglio dormire -
Ha detto alla fine, e abbiamo fatto l'amore.
Mi sto perdendo. Vi ho detto che avrei raccontato il prima, ma sto andando troppo prima. Non serve camminare indietro così tanto. Dirvi che abbiamo fatto sei volte l'amore dal suo arrivo non credo aggiunga vitalità ai vostri pensieri, sono affari nostri. Vediamo di capire cosa stia accadendo adesso, e perché.
Mentre Giorgio dormiva, sono venuta nel mio studio e ho goduto dell'ordine che è quasi completo, ho aperto un altro sacco nero contenta di avere altre cose da buttare via: si fa sempre così, vero? Si inizia dal poco poi si fa un repulisti estremo, totale. E si fa spazio per la vita nuova, per i nuovi amori e per ricordi freschi da non affastellare con il ciarpame.
Sulla scrivania ho messo il mio Buddha di pietra, qualche fotografia e i mala. A proposito di mala, voglio raccontarvi di un idiota che ho frequentato tempo fa. Gli ho dato un mala cui tenevo molto, l'ho fatto perché credevo potesse aiutarlo in un periodo difficile e lui, che è spesso preda di attacchi di cattiveria inspiegabile soprattutto con chi lo ama, l'ha afferrato, annusato e gettato via, dicendo:
- Puzza, che schifo -
Credo non dimenticherò mai il momento. La figlia lo guardò, ricordo, con incomprensione e orrore, l'imbarazzo scese sul tavolo apparecchiato sul porto di Marina di Campo. Fu un gesto tanto inutile quanto volgare, la voglia di offendere che, credo, prima o poi gli tornerà contro. Perché è così, non c'è niente da fare. La cattiveria volontaria ritorna a boomerang, e non serve che siano gli altri ad augurarla: succede e basta.
Allora, dicevo che ho i miei mala, un pezzo di corteccia d'albero, un faro in pietra e il computer gigantesco su cui scrivo. E altro, molto altro che non serve sapere. Questa mattina ho infilato le mani, ho lavorato e ho perso il senso delle ore. Fino ai passi di Giorgio nel corridoio.
- Credevo ritornassi a letto -
Ho alzato la testa, l'ho visto sveglio e tonico, con il sorriso furbo dei preliminari d'amore. Indossava uno slip bianco candido, il petto lucido di gocce piccole. Non mi ero accorta dello scroscio della doccia.
- Ciao! Scusa, ero immersa... -
Il suo sguardo mi ha persa. Ho fermato i denti, la lingua, le corde vocali. Immobile nell'ingresso dello studio mi ha fissata, con le pupille strette e il tessuto bianco dello slip che, lentamente, si tendeva: potevo intuirlo anche senza spostare gli occhi, sapevo che il suo sesso ingrossava gli slip e i testicoli si gonfiavano mentre fingeva di niente nel chiaroscuro della porta.
- Puoi anche stare qui -
Ha detto, lentissimo, la voce profonda e roca che mi scioglie quando vado a teatro a vederlo. Adoro la sua voce. Adoro quando la alza progressivamente oppure in un colpo solo, quando urla senza gridare, quando inchioda alla poltrona i corpi striminziti delle giovani donne che poi gli si chinano davanti mostrando il seno nudo. Mi piacerebbe guardarlo, con una di loro, mentre, lontano da me, la lava nella vasca da bagno piena di schiuma poi la china in avanti e la prende, si infila in lei e tira il bacino indietro facendola gemere. So che lo fa. Ogni tanto, quando proprio non riesco a trattenermi, guardo la sua pagina su internet e capisco tutto. Mi arrabbio e decido di lasciarlo, detesto che sia tanto facile andare a letto con lui, poi lui fa qualcosa. E so che mi ama. Tutto cambia, quando capisco che mi ama, non so perché.
- Puoi stare anche qui. Non andiamo a letto. Non l'abbiamo mai fatto nel tuo studio nuovo -
Si avvicina, piano. Sa che un angolo del mio sguardo è nei suoi slip. Non sopra, dentro. Sto anticipando la vista, mi piace farlo. Il suo sesso più grosso del normale, la punta lucida che mi fissa quando apro le labbra e le appoggio, e muovo la lingua su di lui, in lui, e spingo un po' dentro, e lo sento ansimare. Non mi alzo dalla poltrona, la giro verso di lui. Alzo la mano destra, la infilo tra le sue gambe. Sento il peso dei testicoli, grossi e pieni anche loro, più del normale. Si inclina indietro, sospira.
- Sì, così. Mi piacciono le tue mani. Sono piccole e morbide, mi piacciono -
Chissà quante altre mani ha avuto addosso, nell'ultima settimana. Il pensiero si insinua in testa, lo scaccio immediatamente. Non importa, adesso è qui. Ed è mio. Lo è dal maggio scorso, e nessuna delle donne con il seno nudo potrà cambiare le cose.
Ho le sue gambe di fronte, le allarga un po'. Tolgo la mano dai suoi testicoli, sul palmo il calore umido della sua eccitazione. Scivolo di lato, con le dita inizio a fare scendere gli slip. E guardo, guardo fisso il sesso che, enorme e gonfio, sembra una scultura bianca su cui il cotone si tende, si tira, e lo muove.
- Stai fermo -
Non risponde. Lo sa. Con le mani tiro in giù, ancora. Il sesso segue gli slip, l'elastico per un po' ce la fa a trattenerlo, poi desiste, si allenta, cede, e il sesso scatta fuori, va in alto e ricade avanti, dritto. Verso di me.
- Oh -
Geme, quando la punta sbatte sulla mia guancia. Mi sono avvicinata, ho lasciato che il sesso ricadesse sul mio viso. Ha fatto un rumore opaco, sensuale quando mi ha colpita. Plop, il sesso enorme e tozzo sulla pelle del mio viso, sulla guancia pronta a riceverlo.
Lo muovo, mi metto sotto e, con le mani ancora sugli slip a metà coscia, lo sollevo, mi giro e vado avanti e indietro, lo appoggio sulle mie labbra semiaperte che sembrano bere da una fontana, tiro fuori la lingua e la ritraggo, poi scivolo ancora e me lo metto sugli occhi chiusi, e ancora sulle guance. E lui lascia fare.
Il sesso turgido, teso in avanti, accarezza il mio viso e lo bagna di poco liquido che è già uscito dalla punta rossa, lucida, che si contrae e non sta ferma, odora di carne eccitata e di lui, del sapone che ha usato a chili nella doccia e delle mie mani, che hanno toccato carta e computer e mobili e hanno affettato la cipolla, questa mattina, per preparare il pranzo. Mi muovo, lo spingo in alto con la testa poi lo riprendo, me lo passo sulla bocca, lascio che vada dove vuole, e il sudore si mescola alla voglia, e ricade e si tende, e diventa ancora più grosso.
Gli slip cadono alle sue caviglie, non si cura di spostarli.
Le mie mani salgono e lo prendono, abbandonano la lentezza per afferrarlo tutto. La sinistra si infila sotto e stringe i testicoli, la destra prende il sesso e lo tiene, mentre le labbra si aprono. La prima carezza me lo fa entrare in bocca, lo lavo di saliva che ho accumulato mentre muovevo il viso sotto di lui, spalanco le labbra e i denti e do un colpo in avanti, veloce, lo butto in gola e sento che mi ferma il respiro. Poi chiudo, e succhio, succhio con tutta la forza che ho mentre la testa ritorna indietro. Mi fermo quando ho solo la punta tra le labbra, mi fermo e succhio ancora, la mano sinistra massaggia i testicoli e i suoi gemiti aumentano, le sue dita afferrano la mia testa e tirano, strappano i capelli mentre i muscoli delle gambe si contraggono, e io. Io. Mi muovo, ancora.
- Fammi venire così -
Riesce a dire, ed è inutile. Vi ho detto il prima, ora sapete dove sono e cosa sto facendo. Piano, vado di nuovo avanti, percorro ogni millimetro del sesso inondato di saliva. Lo succhio, lo lecco con la lingua che, sotto, si muove e va avanti, insieme alle labbra.
- Fammi venire così -
Banale, in fondo. Ma è proprio ciò che ho in mente di fare.


MariaGiovanna Luini

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