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Racconto n° 4296
Autore: Mayadesnuda Altri racconti di Mayadesnuda
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Le galanti avventure di Colette e Renate
Interno di palazzo Lachos a Parigi.
Giugno, 1755

Colette Lachos e la sua intima amica Dorette, la viscontessa - un tempo molto discussa -di Plessy, giacciono mollemente su un divano. I loro bianchi corpi nudi sono sostenuti da stretti corpetti che mostrano le generose coppe incipirate dei seni e capezzoli come turgide more pronte a essere succhiate all'infinito senza mai esaurirsi.
Dorette gioca con il nastro di seta rosso che regge le calze bianche di Colette, carezzando le gambe tornite, come fosse un manto prezioso. L'amica contraccambia scivolando tra l'immacolata gabbia di stecche di ossa di balena del panier della viscontessa, alla ricerca di più intime e bagnate fessure.
Dorette sta sentendo quelle mani farsi strada sfiorando il suo glabro monte di venere, sente già una goccia di mieloso desiderio umettare le labbra della timida vulva. Abbandona la testa indietro mentre sente quelle dita penetrarla con maggiore vellutata decisione, lo sguardo fugge fuori dalla finestra, su un punto lontano. Ma quel punto sembra farsi improvvisamente più grande.
Dal cielo qualcosa sembra avvicinarsi. La viscontessa, provetta ancella di Diana, d'un tratto scarta le umide attenzioni della amante, felina balza in piedi, si allunga al vicino armadio. Prende il moschetto, tenuto sempre carico, lo punta verso la finestra, arma il cane, il dito indice della nuda cacciatrice si tende per tirare il griletto.
Quando Colette, con gesto deciso devia l'arma verso l'alto, gridando "No, ferma!" spingendo l'amica fuori dalla cornice della finestra.
Dorette, con tono stupito: "ma...cosa stai facendo? Non vedi, è un falco e proprio davanti la tua finestra!"
"Sì, vedo." Colette, osserva la nobile sagoma dell'uccello volteggiare proprio davanti la finestra. Poi il falco scatta veloce come un lampo, compie una stretta virata venendosi a posare proprio sul davanzale.
Per nulla intimorita, Colette si avvicina al predatore, ammirandone il superbo aspetto. Il falco rimane fermo, fiero sulle sue zampe. Colette nota un nastro cremisi a una zampa, alla base del piumaggio. Senza incertezza, trattentendo il respiro, avvicina le mani all'uccello per girare il nastro, e scioglierne il nodo a cui è legata una piccola busta da lettere.
La busta è chiusa da un sigillo in ceralacca col simbolo del serpente Ouroboros. Colette ha un sorriso pieno di luce e complicità. Non può attendere oltre.
Nel mentre il falcone riprende il suo volo verso i boschi che un tempo circondavano Parigi. Dorette, seminuda con il sesso ancora caldo e umido, è rimasta a osservare la scena esterefatta e incredula.
Colette rompe il sigillo, apre la busta, ne estrae una lettera vergata di fresco.

"Se adesso state leggendo queste righe, siete la donna che sublima "L'opera al rosso" in elisir.
Ho bisogno di voi, come voi di me, per raggiungere la "via dell'essenza".

Vi aspetto sotto al melograno di Bois des Vincennes, domani notte.
Venite sola e ricordate, sotto al mantello siate pronta a esaltare tutta la vostra lussuria, non avrete da pentirvene. Vi darò quanto vi condurrà al supremo godimento.
Il sapore dei vostri baci misto al vostro sangue ancora m'inebria.
Vostro umile..."

Si era chiesta che tipo di uomo fosse. E aveva esitato nel formulare uno dei suoi giudizi repentini. Vi era qualcosa di insolito. Un alone di mistero, che aleggiava intorno a lui. Saranno stati quei suoi gesti privi dell'affettazione tipica dei damerini che frequentavano il suo salotto. In lui tutto era netto eppure in penombra. Persino Dorette, solitamente così ironica nei confronti dei suoi cicisbei, stavolta era rimasta senza parole. E lei aveva intuito che la morsa della gelosia aveva afferrato il cuore generoso e perverso della sua dolce amica. Ma non poteva farci niente. Quel dannato uomo aveva smosso qualcosa nel profondo della sua anima. Qualcosa che non credeva nemmeno più di possedere. E ora addirittura la sfidava. Con un falcone e sul suo terreno la caccia. Era temerario. Ma andava bene così. Lei detestava i deboli. Il barone, invece, era maschio e questo rimescolava il sangue di femmina che rombava nelle sue vene.
Naturalmente avrebbe alzato la posta in gioco se il giovanotto pensava che bastasse fissarle un appuntamento, perversamente provocante, per spuntarla. Si sopravvalutava. E sottovalutava lei. Gli avrebbe ben presto chiarito le idee. Doveva cercare l'indirizzo di Madame de Valmont. La celebre etera l'avrebbe aiutata. Da quando si era ritirata si era dedicata all'istruzione delle future cortigiane e aveva creato una corte d'amore che lei non disdegnava di frequentare a volte. E non sempre con la sua identità principale. E sotto quella di riserva l'avrebbe incontrata il misterioso Barone.
Colette chiamò rapida la sua cameriera perché l'aiutasse a vestirsi e facesse preparare la sua carrozza doveva assolutamente andare da Madame De Valmont..
Mia cara siete sorprendente e alla mia età credetemi non è facile che ancora qualcosa ci sorprenda. Louise Micheliu, meglio nota come Madame de Valmont osservava quella che considerava la sua figlioccia con un sorriso soddisfatto. Era bellissima ma come può esserlo un giovanissimo soldato. Elegante, raffinata e assolutamente ambigua. I lunghi capelli neri avevano lasciato spazio ad una più corta zazzera sbarazzina legata sulla nuca da un semplice nastro di velluto. L'uniforme da guardia reale era perfetta. Il rosso e i galloni dorati sulle spalle facevano risaltare l'armonia del corpo di Colette. I pantaloni bianchi infilati negli alti stivali neri fasciavano il suo culo e le sue gambe in modo sfacciato e provocante. Si era fasciata il seno naturalmente ma per quei globi rotondi alti e sodi non poteva fare nulla se non celarli con el code dell'uniforme. La spada le cingeva il fianco e l'elsa dorata riluceva alla vita del giovane orgoglioso militare che le sorrideva nello specchio del boudoir della sua cara amica Louise. Avrebbe indossato una maschera e un mantello sull'uniforme. Sapeva cavalcare come un uomo. Meglio di un uomo. Il suo ingresso non sarebbe passato inosservato nel parco della residenza di campagna nei dintorni di Versailles.
Louise aveva già provveduto a vergare un invito con la sua elegante calligrafia per la sua corte d'amore e Colette aveva passato il cartoncino tra le cosce in modo che recasse la vera firma di quell'invito. Se il Barone era l'uomo che aveva intuito non avrebbe esitato. Ormai il dado era tratto e lei fremeva pregustando l'effetto che l'indomani sera avrebbe suscitato in lui.
Il volto le si accendeva di allegra malizia la pensiero di quell'uomo così virile che l'avrebbe cercata tra le dame semi nude presenti alla corte, invece lei avrebbe bevuto con gli uomini con in braccio Dorette che le avrebbe schiacciato il volto mascherato tra i seni, succhiandoglieli avidamente...
Si chiedeva se avrebbe capito e se, quando avesse capito, sarebbe stato in grado di stare al gioco. Lei credeva di si per questo aveva giocato quella carta così rischiosamente inebriante.
Forza allors mon petite bijoux mancano ancora molti particolari perché la Corte di domani sera sia perfetta. Smettetela di rimirarvi e muoviamoci...Credetemi quel vostro Barone n'est ce pas? E' più uomo di quanto voi stessa riusciate a sentire...non vi deluderà, parola di Madame De Valmont!!!!


Corte d'amore a palazzo Valmont.
Sera

Colette, nel suo abito fiero da uomo d'armi non aveva certo suscitato sospetti tra i presenti nel suo ingresso al raffinato salotto, nel quale la sua lussuriosa madrina aveva organizzato un'autentica corte d'amore. Alla stregua della celebre Eleonora d'Acquitania, erede della più famosa delle cortigiane della Serenissima Veronica Franco, nella tenuta di Madame de Valmont si incontravano licenziosi rampolli della corte di Versailles e baldi cavalieri tanto fieri nel maneggiare le proprie sciabole quanto vanitosi dell'armeggiar altre dotazioni; spregiudicati prelati che sotto l'abito talare non nascondevano certo le loro più perverse passioni e uomini d'arte e pensiero, - liberi pensatori - si facevano chiamare, in cui la scienza -che intravedeva proprio allora i primi bagliori dell'illuminismo-, la filosofia, le arti tutte insieme erano poste all'umile e gioioso servizio delle arti d'amore.
E soprattutto, in quella corte avevano il posto d'onore le donne. Raffinate e disinvolte, scoprivano e svelavano i segreti che regolano l'arte d'amore. Di come si dona, di come si scambia e come si ghermisce.
Il - soldato - Colette giaceva con quell'etera di Dorette tra le sue braccia, distese sopra un triclinio. Appena all'ingresso del sontuoso salotto interamente tappezzato di specchi, compreso il soffitto, perché ogni membro della corte potesse godere di ogni gesto e atto di infinita lussuria consumato in quell'alcova comune.
Se il suo misterioso barone avesse risposto all'invito di Madame De Valmont (controfirmato della sua intima essenza) l'avrebbe certamente visto apparire su quella porta specchiata. Da valido - uomo d'armi - - ma non armi da guerra erano le sue, bensì affilatissime lame di raffinata seduzione- quale era in quel frangente, si trovava in una posizione strategicamente perfetta per dominare tutta la corte, ogni passo di Renate sarebbe stato annotato e seguito, ah... già pregustava la scena!
Dorette cercava di deviare l'attenzione della suo amante - armigera - , offrendole i frutti del suo turgido seno reso ancora più generoso da un corsetto traboccante di pizzo. Era sicura che questo...misterioso barone non avrebbe potuto acquisire diritti sulla sua inestimabile Colette, il marchio delle loro umide carezze, come di cagne in calore, era impresso in ogni salotto di Parigi. Chi era dunque costui, per impossessarsi a tal punto dei pensieri di una donna famosa in tutto il regno di Francia, e sicuramente anche oltre, per non lasciarsi possedere quanto per dominare gli accoppiamenti di orde di aristocratici, ufficiali, cardinali regnanti e stallieri! Sì, cosa aveva di speciale, questo quasi sconosciuto barone, si domandava? Le uniche notizie certe sul suo conto erano che non apparteneva alla nobiltà locale ma che fosse imparentato con la corona degli Zar. Troppe voci su di lui, per il resto nessun testimone che potesse giurare almeno su uno dei tanti rumori apparsi nell'entourage. Voci di orientali ambiguità sessuali degne di un pirata moresco, come di mistici poteri quasi sovrannaturali, dunque dicerie indiscrezioni dense di mistero. Dorette, con le labbra dell'amante piene del succhiare al suo turgido capezzolo, si stava scoprendo con stupore e rabbia anche lei rapita dal pensiero del barone De Lituan. Oh, suvvia...che finisca presto questa buffonata! Pensava tra sé Dorette. Chè dunque se lo fotta stasera stessa, da brava altissima puttana, quale era. E poi ritorni docilmente sotto le sue lenzuola, a infilzare di languidi baci e frustare con infinta lingua la sua già gocciolante fica.
Dorette avvertì l'attenzione dell'amica destata. Volse lo sguardo verso l'ingresso. Un uomo, di corporatura agile e incedere felino, con maschera e tricorno, avvolto da un mantello nero chiuso da una spilla con un serpente Ouroboros, adesso stava facendo ingresso alla sala.
Colette abbandonò il seno che stava dolcemente accerchiando, da sotto quella maschera gli occhi attenti non mollano la presa sul cavaliere. Dunque eccolo. E' lui. Colette brillava in uno dei suoi sorrisi rumorosi sotto la maschera.
Il cavaliere sotto un aderente redingote nero di damasco si muoveva veloce come un fantasma sulle mura nebbiose. Si avvicinò premuroso per il doveroso omaggio all'ospite Madame De Valmont, uno sguardo di sottile intesa tra Colette e la madrina agì come molla che eccitata, facendo scattare la trappola sull'ignaro topo venuto a gustare il suo tocco di formaggio. Colette si sentiva divertita e furibonda al medesimo tempo. Come aveva potuto..? si domandava.
In fede sua, non lo faceva così debole, insicuro dell'esito della sfida lanciatale col falcone si abbandona alla più facile corte di Madame Louise. Abbandonando inoltre l'invito, nonchè l'impegno, d'attenderla sotto il melograno, ah...che essere vile, ma adesso era in trappola, avrebbe pagato caramente tale sfrontatezza.
Mentre era immersa in tali pensieri Colette si rese conto che il vile giovanotto era sparito alla sua vista. Com'era possibile..? Esplorò velocemente gli specchi, sulle pareti, sul soffito. Niente.
Era impossibile celarsi in quel salotto! Non poteva essersi volatilizzato! Cercò Louise con gli occhi, anche lei sembrava avere un'espressione sgomenta.
Ah, che sfrontato piccolo essere! Si fece strada in lei la voglia di succhiarlo, per diletto, come un escargot, per poi gettarlo tra i resti di uomini privi di midollo. Mentre meditava la più atroce e lussuriosa vendetta vide riapparire l'ombra leggera di Renate. Il volto coperto da un'elegante bauta veneziana con delle decorazione d'orate. Scorse per un attimo un lampo oscuro in quegli occhi. Ma il barone era troppo veloce per poterne intercettare lo sguardo.
Eccolo di nuovo, dalla parte opposta della sala, Colette si stava domandando come facesse a sottrarsi alla sua vista e materializzarsi con tale destrezza, in un altro punto di quel salone interamente specchiato. Per dio, questo più che un topo sembrava un anguilla. Tanto meglio, Colette adorava cacciare e di certo lo faceva meglio di un uomo. Il povero barone darà più gusto al gioco, pensò.
Si alzò per andargli incontro, adesso non lo voleva perdere. Da come si muoveva sinuoso sembrava addirittura effeminato, non aveva notato questo particolare la prima volta che l'aveva incontrato al ricevimento per Monsieur Diderot.
Finalmente il barone si girò, Colette gli lanciò un'occhiata ambiguamente interessata ... si voleva davvero divertire! Gli sguardi si incrociarono, per un attimo solo, il barone come nulla fosse indietreggiò, per sparire inghiottito da una delle aperture che portano ai terrazzi sulla tenuta. Colette, sottolineando un fiero portamento militare, gli andò incontro.
Adesso erano entrambi fuori dalla sala. Il 'soldato' puntò il giovane con la maschera veneziana. Deciso a non dargli scampo, volle vederlo all'angolo, costretto agli indecorosi desideri di un rude maschiaccio in arme. Stranamente il barone non sembra opporre troppa resistenza. Non accennava a sottrarsi a quel -all'apparenza- sordido assedio. Anzi, si lasciava avvicinare, volgendo la schiena al soldato che veniva dritto verso di lui, tenendo sempre la maschera verso il buio. Colette sotto la sua semplice maschera sorrise, compiaciuta. Dunque il barone era quel che pareva essere, e per di più sembrava davvero gradire le attenzioni di un amante mascolino; che delizia sarebbe stato giocare fino in fondo!
Colette era così vicina al giovane da sentire il calore passare attraverso la blusa damascata, quelle spalle comunicavano comunque qualcosa di invitante. Il giovane sempre di schiena a questo punto non poteva ignorare. Il soldato puntò le braccia sulla balaustra per arrestare un eventuale tentativo di fuga.
Il gatto ha diritto alla sua dose di sadico gioco col topolino ormai senza speranze di salvezza. Si divertiva eccitata nel pensare che Renate credeva che lei fosse un vigoroso - lui - .
Ah, come si pentiva di non aver dotato la sua pur perfetta mascheratura da uomo con uno dei suoi diletti in ceramica, uno di quelli che in genere condivide profondamente con la vulva di Dorette. Di sicuro avrebbe reso il momento più gustoso per entrambi, a quanto sembrava. Il giovane barone parve arreso alla volontà del soldato. Colette ne approfittò per affondare il busto contro la schiena del barone.
Sentendolo vibrare di piacere. C'era un 'che' di stranamente familiare per Colette, nel modo in cui il ragazzo cedeva la propria schiena all'attacco del milite .
La maschera del barone si girò finalmente, adesso occhi calavano negli occhi, ma era uno sguardo di sfida lanciato col guanto della più perfida lussuria.
Colette- gatto decise di affondare la sua zampata all'ormai privo di difese Renate – topo.
Avvicinò la sua mascherina al volto del barone, sentiva il respiro contratto sotto quel diaframma di fattura veneziana, quasi fosse amplificato da una stanza chiusa. Sollevò leggermente il lembo inferiore, quanto basta per denudare la bocca di Renate, e dischiuderla in un umida carezza di labbra e lingua, fino a sentire quel respiro quasi estinguersi in singhiozzi. Non si aspettava tanta avvolgente delicatezza nel baciare un uomo, e dire che ne aveva baciati, gustati, succhiati e addentati nella sua vita. Il barone sapeva come stupire, anche in questo frangente, pensò Colette sotto uno dei suoi musicali sorrisi.
Adesso il gatto voleva andare a fondo, il gioco volgeva ormai al termine per il topo.
Colette slacciò con sicurezza la maschera al barone. Che rivelò ai riflessi delle torce una meravigliosa carnagione chiara, delle labbra scolpite finemente nel corallo e due occhi da cerbiatto...
No. Da cerbiatta!
Colette rimase impietrita... Che scherzo era mai quello!? Era una fanciulla, mah...il suo mantello aveva il fermaglio col simbolo dei De Lituan, e sopratutto il suo invito alla corte d'amore di Louise, era quello fatto recapitare a Renate.
Il suo stupore venne congelato dalla voce cristallina della donna.
- Madame, vi devo ricordare il vostro rendez-vous...qualcuno vi sta attendendo sotto un melograno questa notte, non rammentate?! -

Interno di palazzo Lachos a Parigi.

Colette sorrideva mentre finiva di sigillare la lettera con la ceralacca imprimendovi sopra il suo marchio, il disegno delle sue labbra tumide.
Aveva deciso di consegnare personalmente quella lettera. Si sarebbe recata al luogo dell'appuntamento e avrebbe lasciato a Renate un segno...
Notte. Le fronde dell'albero indicato da Renate sono mosse dalla brezza leggera. Colette è pronta. Il luogo è ancora deserto. Renate si aspetta che stavolta lei obbedisca. E la presunzione di quell'uomo non ha fine. Ma presto gli si ritorcerà contro. Colette si sfila le calze e la seta riflette i raggi della luna in un lampo. Infila in una calza la busta scarlatta contenete la missiva per Renate e le appende con un nodo alla fronda più bassa dell'albero. Missione compiuta. Con un balzo la giovane donna rimonta a cavallo e parte al galoppo mentre l'eco della sua risata rischiara il buio...
Passano le ore. Nel cuore della notte una figura avvolta in un tabarro nero scende da cavallo proprio sotto l'albero. Si staglia netta contro la luce chiara delle stelle.
Si guarda intorno. Non c'è, ma è strano è come se avvertisse il suo profumo avvolgerlo lo stesso. Come è possibile? Quella dannata donna è davvero una strega pensa Renate. Una strega impossibile e affascinante. Poi le vede. Oscillano dolcemente nella brezza. Il lampo scarlatto della carta illuminato dalla luna. Afferra le calze con impazienza lacerandone la sottile trama e apre la busta coem se la carta scottasse tra le sue dita. E' troppo buio per leggere. Nella carrozza potrà accendere una lanterna. La raggiunge a passi rapidi e si fa dare dal cocchiere una lanterna. Non può aspettare. Deve sapere. Quale altro inganno. Quale trama ha intessuto stavolta quella strega...le parole gli penetrano l'anima come lame...Cazzo!!!

Il giorno in cui mi incontreretei. Non avrete scampo. Semplicemente.
Non riuscirete a mettere a fuoco chiaramente la situazione. Non capirete, o forse nemmeno importerà farlo, chi è la preda e chi è il cacciatore. Quanto poco senso hanno i ruoli... nelle circostanze giuste. Tra noi non ne avranno affatto di senso.
Il nostro sarà un raffinato incontro di scacchi. Una partita a poker, in cui la posta in palio potrà essere una sola: tutto.
Nessuno dei due si agita per meno. E l'arte, la perfezione del piacere che stempera nel sublime esistere, come puro sentire, richiede il suo tributo.

Anima e sangue. Sudore e sperma.

L'estasi non si accontenta. Non si imbriglia. Nè si governa. All'estasi ci si abbandona.
Andrà così tra noi, non ho dubbio alcuno. Lo so. Lo sento nelle viscere. Sarà una lotta all'ultimo respiro. Senza esclusione di colpi. Una lotta istintiva. Atavica. Tra il femminile e il maschile. Una lotta seducente e seduttiva. No. Non un corteggiamento. Una lotta. O, se volete, una danza tribale. La celebrazione istintiva dell'esistere nel suo nucleo più vero: eros.

E' grazie ad eros che vi percepisco chiaramente. Leggo in voi mia dolce fiera notturna, con cristallina chiarezza. Speculari già. Raccontate di voi, sulle pagine che vergate con parole intessute di totale armonia del vivere. Libero. Realmente e ironicamente libero.

Seducente la libertà del sorridere del proprio mondo, mentre lo si ricrea su una pagina di pergamena. Questo di voi mi seduce e mi rispecchia. Completamente.
La verità sorridente delle variazioni di piacere che narrate emerge chiara dall'intreccio vibrante delle parole. E' magia che diventa desiderio liquido tra le mie cosce.

Se fossi uomo. Beh avrei voluto esserlo così.
Anarchicamente libero.

Il giorno in cui mi incontrerete. Dovrete stupirmi. E' nel vostro essere. Come nel mio è sedurre. Il giorno in cui mi incontrerete dovrete alzare la posta del gioco. Non potrete farne a meno. La carnalità vibrante della voglia tra noi vi imporrà di farlo.

La mia carnalità e la vostra voglia.

Un gioco sconosciuto.
Dettagli, frammenti suggestivi che squarciano il desiderio che rende torbidi i miei occhi ora, mentre scorro rapida le vostre parole vergate con grafia elegante e decisa su questi fogli preziosi, mio signore del mistero.

Mmmmm KHAMEL....

Una corte d'amore in sostanza. Diletto caro ai trobadori medioevali. L'amor cortese contrariamente a quanto si è sempre creduto era tutt'altro che platonico in molteplici delle sue manifestazioni concrete.
Una corte libertina e poetica. Con un maestro di cerimonie che tiene nelle mani il fil rouge delle variazioni del desiderio a cui i partecipanti si abbandonano con notturna voluttà.
Il mio corpo vibra al pensiero di essere la Regina di quella corte, il soggetto del Khamel. Il desiderio si fa liquido tra le cosce. Vampa bruciante nel ventre. Ho voglia adesso. Voglia di cazzo. E non solo. Voglia di mani, di lingue, di bocche che mi cercano avide, intrecciate indistinguibili. Voglia di fica. Anche. Una voglia forte, intensa come il profumo che emana il mio sesso pulsante. Ora. Lo sentite vero?
E vi da alla testa, vi manda brividi gelati lungo la schiena. Fa fremere il vostro culo e rizzare il vostro sesso. Mi leggete e mi volete. Non c'è stacco tra le due cose. Le vostre mani stringono la delicata carta cremisi che trattiene le mie parole. Volete essere quell'uomo domato con violento possesso. Dominato, piegato, usato e colmato. Da me.
Ma non è il momento. Non ne ho ancora capriccio. La seduzione è una spirale larga, avvolgente, le cui spire si stringono progressivamente e inesorabilmente.
State lottando ora contro la vostra stessa voglia di appartenermi. Totalmente. Lottate. E' quello che voglio. Tanto l'esito è inesorabilmente solo uno: MIO

Il giorno dopo. Quando la vostra pelle racconterà al mondo dei marchi del mio possesso. E la mia della sublime violenza della lotta. Il giorno dopo ne farò racconto. Affabulerò novella Sherazade perché per certi piaceri il pubblico è parte integrante. Ed è giusto che sia così. Affabulerò per noi. Per me e per Voi. Per il sorriso malizioso che taglierà i nostri volti nel momento in cui la corte si riunirà ancora per godere del nostro piacere esibito.

Ora vi lascio, seducente amante del sublime, le mie spire vi avvolgono morbide e inesorabili..... le sentite e lottate....

Sognatemi perché non potrete fare che questo, sognarmi....

Mi vedete .... Sorrido

Colette

Renate non sa nemmeno come ha fatto ad arrivare al fondo di quella lettera. Il desiderio lo lacera dalla seconda fottuta riga. Tutta la patina di raffinatezza indifferente che si è così abilmente costruito è andata in pezzi. Ora è nudo. Un uomo nudo e pieno di desiderio, per una femmina ribelle e pericolosa che sarà per lui l'anticamera dell'inferno.
Ma la vuole e l'avrà. Anche lui sa giocare a quel gioco... e presto Colette avrà modo di capirlo. Ah se avrà modo di capirlo!!
La carrozza sparisce nella nebbia dell'alba con il suo carico di pensieri violenti ed eccitati... Les jeux sont fait!












Mayadesnuda

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