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Racconto n° 5281
Autore: Nemetivar Altri racconti di Nemetivar
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Il ciclo del Marchio
Il Ciclo del Marchio
Le sue parole echeggiavano ancora nella mia mente come un marchio a fuoco, mentre mi inginocchiavo ai suoi piedi, il cuore che martellava non solo per l'umiliazione fresca, ma per quel vuoto profondo che si era aperto dentro di me. "Bevi, cane mio," mi aveva ordinato poco prima, immergendo i piedi nudi in una ciotola d'acqua tiepida, le dita che sfioravano la superficie come se fosse un lago proibito. Io, con il collare stretto al collo e le mani legate dietro la schiena, avevo chinato la testa, la lingua protesa a lambire l'acqua mista al sale della sua pelle, sentendomi ridursi a un'ombra, a un desiderio spezzato. Ogni sorso era stato un'ammissione: ero suo, psicologicamente annientato, il mio orgoglio dissolto in quel gesto animalesco che mi aveva fatto tremare di vergogna e, sì, di un'eccitazione oscura che mi consumava dall'interno. Lei, la mia Padrona, aveva riso piano, accarezzandomi i capelli con una crudeltà affettuosa, sapendo esattamente quanto quel rituale mi legasse a lei, quanto mi facesse sentire piccolo, dipendente, vivo solo nel suo dominio.
Ora, però, qualcosa di inaspettato: "Fammi godere, schiavo," aveva sussurrato, reclinandosi sul letto con le gambe aperte, un invito che era ancora un ordine, ma che per la prima volta mi concedeva un briciolo di potere. Mi inginocchiai tra le sue cosce, il mio respiro corto contro la sua pelle calda, e cominciai piano, con reverenza. Le mie labbra sfiorarono prima le labbra della vulva, morbide e umide, tracciando un sentiero lento con la lingua, assaporando il suo sapore come un nettare che mi era negato da troppo tempo. Lei sospirò, un suono che mi trafisse, e io salii verso il clitoride, gonfio e sensibile, avvolgendolo con la bocca in un succhio gentile, ritmico, mentre la lingua danzava intorno, premendo, leccando con una devozione che era al tempo stesso adorazione e fame repressa. Infilai un dito dentro di lei, sentendo le pareti contrarsi intorno a me, calde e accoglienti, poi un secondo, curvandoli per sfiorare quel punto che la faceva inarcare. Sincronizzai tutto: dita che spingevano piano, ritmicamente, e lingua che non smetteva di tormentare il clitoride, succhiandolo come se fosse l'unica cosa al mondo che contasse.
Lei si abbandonò. Lo vidi nei suoi occhi che si velavano, nel modo in cui le sue mani afferravano le lenzuola, nel gemito roco che le sfuggì dalle labbra. Il suo corpo si scioglieva, le spalle che ricadevano all'indietro, il respiro che si frantumava in ansiti irregolari. Era stordita, persa nel piacere che le strappavo, e in quel momento qualcosa scattò dentro di me. Un'onda, un ribaltamento silenzioso. La guardai, inginocchiato ancora tra le sue gambe, e per la prima volta da mesi vidi non la Padrona inflessibile, ma una donna vulnerabile, esposta, il suo potere temporaneamente sciolto in quel fluido calore. Il mio cuore accelerò, non più per la sottomissione, ma per un'urgenza primordiale: rivolevo me stesso. Mi alzai piano, senza una parola, e la penetrai con il mio sesso teso, entrando in lei con una spinta lenta, controllata. Lei gemette di nuovo, gli occhi socchiusi, le gambe che si aprivano di più, invitandomi senza rendersene conto. La scopai piano, ogni movimento un'esplorazione cauta del suo abbandono, sentendo il suo corpo accogliermi come se fosse stato creato per quello.
E fu allora che i ricordi mi travolsero, non come flash fugaci, ma come un torrente psicologico che mi inghiottì e mi rigenerò. Rividi tutto: i primi ordini, "Inginocchiati, baciami i piedi," detti con quella voce vellutata che mi aveva fatto crollare in ginocchio, la mia guancia premuta contro le sue dita, il sapore della sua pelle che mi aveva marchiato l'anima, trasformandomi da uomo indipendente in un devoto spezzato. Poi l'escalation, i tacchi che mi camminavano sul petto, il dolore acuto che mi strappava gemiti, non solo fisici ma emotivi, un'umiliazione che mi faceva sentire esposto, nudo oltre la carne, come se lei stesse calpestando le rovine del mio ego. La frusta, oh Dio, la frusta: i colpi secchi sulla schiena, ognuno un'affermazione del suo controllo, e io che imploravo di più, perché quel dolore era l'unica prova che esistevo per lei, che il mio dolore la eccitava, la rendeva divina. E la ciotola... sì, proprio quella, i piedi immersi, io che bevevo come un cane, la lingua che lambiva non solo l'acqua ma la sua essenza, riducendomi a un istinto animale, il collare che mi soffocava il respiro e amplificava la mia resa interiore. Infine, lo strap-on: lei che mi possedeva completamente, spingendo dentro di me con una forza che mi squarciava, facendomi urlare "Sono la tua troia!" non per lealtà, ma per un'estasi psicologica che mi dissolveva, ogni affondo un'erosione del mio senso di sé, fino a quando non restava altro che lei, il suo ritmo, il suo comando che mi riempiva la mente come un mantra ossessivo.
Quei ricordi non mi schiacciarono stavolta. Mi eccitarono, un fuoco che ribolliva nel mio petto, trasformando la sottomissione subita in un'arma. Lei era stata la mia distruttrice, e ora, nel suo abbandono, potevo ricostruirmi su di lei. Il ribaltamento fu totale, psicologico: non più schiavo, ma conquistatore. La presi con più forza, le mie mani che afferravano i suoi fianchi, e la girai senza preavviso, mettendola a quattro zampe sul lato del letto, il suo corpo che si adattava al mio volere come argilla. Scesi dal letto, posizionandomi dietro di lei, e la penetrai alla pecorina con una spinta decisa, sentendo il suo sesso stringermi come una morsa di sorpresa e desiderio. Iniziai piano, ma l'intensità crebbe dentro di me come una tempesta: ogni colpo era una rivincita silenziosa, un modo per riversare in lei tutto ciò che mi aveva inflitto. Lei ansimava, le mani che artigliavano il materasso, ma io non mi fermai. Le sue braccia cedettero per prime, il corpo che si afflosciava in avanti, la testa che si schiacciava contro le lenzuola in un gesto di resa involontaria, i capelli sparsi come un'aureola di sconfitta. Io affondai più forte, più profondo, i miei fianchi che sbattevano contro di lei con un ritmo selvaggio, ogni affondo un'eco di quelle urla che mi aveva strappato – "Sono la tua troia!" – ma ora invertite, proiettate su di lei nel mio dominio mentale. La sentivo cedere, non solo fisicamente, ma psicologicamente: il suo respiro rotto, i gemiti che si trasformavano in suppliche mute, il modo in cui il suo corpo si arrendeva al mio, riconoscendomi come il nuovo centro del suo mondo.
Ero al limite, il piacere che mi gonfiava come una diga sul punto di rompersi. Prima di venire, la afferrai come una bambola, leggera e malleabile nelle mie mani, girandola supina sul letto con una facilità che mi fece sentire invincibile. Mi misi a cavalcioni su di lei, all'altezza del seno, il mio sesso pulsante contro la sua pelle. La guardai negli occhi – velati, persi – e mi masturbai quel poco che bastava, la mano che scivolava veloce, il respiro mio e suo che si mescolava in un caos primordiale. Venne fuori abbondante, intenso, un fiotto caldo che le schizzò tra il collo e il seno, colando lento sulle curve, marchiandola come lei aveva marchiato me. Non era solo seme; era la mia rivalsa, il mio ritorno, un sigillo psicologico che ribaltava ogni cosa.
Lei giacque lì, ansimante, coperta del mio trionfo. Il mio seme ancora caldo sul suo seno colava lento come un marchio effimero, e l'aria della stanza si addensò intorno a noi, satura di quell'odore condiviso: il salmastro acre del mio piacere che si mescolava all'essenza umida del suo umore femminile, profondo, avvolgente, un profumo unico di calore che saliva dalle nostre pelli unite come un velo inebriante. Io la guardavo, ansimante, con un misto di trionfo e smarrimento che mi stringeva il petto – inalavo quell'aroma, e in esso rivivevo tutto: la mia resa, la sua crudeltà, il ciclo che ci legava. Lei aprì gli occhi, piano, e in quello sguardo non c'era rabbia, né sorpresa offesa: solo un bagliore complice, un velo di stanchezza appagata che mi trafisse più di qualsiasi frusta. Mi aveva concesso quel ribaltamento non per debolezza, ma per ricordarmi – e ricordarsi – che il potere non è una conquista unilaterale, ma un'onda che si infrange e ritira, lasciando sabbia umida sotto i piedi. Ero lì, a cavalcioni su di lei, il corpo ancora teso nel retaggio del dominio appena assaporato, ma già sentivo il richiamo, quel vuoto familiare che mi attirava di nuovo in ginocchio, amplificato da quell'odore che ci avvolgeva come una catena invisibile.
"Padrona," sussurrai, la parola che mi sfuggì dalle labbra come un'ammissione inevitabile, e lei sorrise – oh, quel sorriso, affilato come una lama di seta, che mi aveva spezzato mille volte. Si alzò piano, il mio seme che le scivolava sulla pelle come un trofeo rovesciato, e mi spinse via con una mano sul petto, non con forza, ma con quella autorità innata che mi faceva tremare le ginocchia. "Hai giocato bene, cane mio," mormorò, la voce un sussurro rauco, intriso del nostro sudore condiviso. "Ma sai che il gioco è mio. Sempre stato. Sempre lo sarà." E io annuii, il cuore che accelerava non per ribellione, ma per quella resa profonda, psicologica, che mi avvolgeva come una coperta calda. Avevo rivissuto tutto – i piedi da baciare, i tacchi che mi calpestavano l'anima, la ciotola che mi riduceva a bestia, lo strap-on che mi aveva fatto urlare la mia troiaggine – e in quel ribaltamento momentaneo, avevo capito: ero lei, e lei era me. Le sue crudeltà erano le mie ombre, i miei desideri repressi che lei aveva liberato, incanalandoli in un dominio che mi completava. Io potevo possederla, sì, farla gemere e cedere, ma era un'eco del suo potere, un riflesso che mi eccitava solo perché mi rammentava quanto fossi incompleto senza di lei.
Mi inginocchiai di nuovo, spontaneamente, le mani che sfioravano il pavimento ai suoi piedi, e lei mi accarezzò i capelli, un gesto che era ricompensa e catene allo stesso tempo. "Torna a essere mio," disse, e non era un ordine: era un invito che mi penetrava l'anima, facendomi sentire intero nella mia frammentazione. Il dominio era nostro, sì – un ciclo di specchi deformanti dove ci scambiavamo i ruoli per capirci meglio, per assaporare l'altro attraverso la pelle dell'opposto. Ma io lo volevo più suo, lo bramavo come aria dopo l'asfissia, perché in quella sottomissione trovavo non la fine di me, ma il mio centro: dipendente, esposto, vivo. Lei era la mia Padrona, la mia distruttrice e mia salvatrice, e io il suo schiavo devoto, pronto a bere di nuovo dalla ciotola dei suoi piedi, a urlare la mia resa mentre mi possedeva. E in quel ritorno, non c'era sconfitta: solo una pace perversa, un equilibrio psicologico dove il suo potere mi elevava, rendendomi eterno nel suo gioco.

Nemetivar

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