La lama di Francesca tagliava l'aria con un sibilo immacolato, così preciso che perfino le ombre della fortezza sembravano indietreggiare al suo passaggio. Il sangue del suo nemico, ancora tiepido, colava lungo il filo dell'acciaio, gocciolando sul selciato come un'offerta silenziosa. Lei non aveva tremato, né esitato. Il cuore che ora teneva tra le dita—avvolto in un panno nero—era stato strappato dal petto con la stessa naturalezza con cui si coglie un frutto maturo. Ma non era la morte che le interessava. Era ciò che quella morte le avrebbe concesso.
La fortezza di Lord Eugenio Tontini si ergeva davanti a lei, una massa oscura contro un cielo che sembrava sempre sul punto di piegarsi sotto il peso delle nubi. Le torri si confondevano con l'oscurità, come se fossero state scolpite dalla notte stessa. Francesca salì i gradini di pietra levigata, il peso del suo trofeo leggero rispetto al peso della sua attesa. Ogni passo era un respiro trattenuto, un battito cardiaco in più prima dell'incontro. Le guardie—ombre viventi nelle loro armature—si scostarono senza una parola. Conoscevano già il suo volto, il suo diritto di passaggio.
La sala del trono era illuminata da bracieri i cui fuochi sembravano bruciare senza consumarsi mai. Lord Eugenio era seduto, immobile, le dita lunghe e pallide che tamburellavano appena sul bracciolo del suo seggio. I suoi occhi—neri come il vuoto tra le stelle—la fissarono mentre lei avanzava. Francesca non abbassò lo sguardo. Si fermò a due passi da lui, poi si inginocchiò, posando il panno nero sul pavimento. Con un gesto lento, lo aprì, rivelando il cuore ancora pulsante, deposto su un piatto d'argento che aveva portato con sé.
-Ecco la mia offerta per lei, mio signore- sussurrò, la voce più morbida della seta che sfiorava la pelle. -Il cuore di colui che osò sfidarti.-
Lord Eugenio inclinò appena la testa, le labbra sottili che si incurvarono in un sorriso che non raggiunse mai gli occhi. -Francesca...- mormorò, il suo tono una carezza avvelenata. -Hai portato quello che desideravo da tempo. Ma dimmi... cosa vuoi in cambio?- Le sue dita si allungarono verso il cuore, sfiorandolo senza toccarlo, come se temesse di macchiarsi.
Francesca non esitò. -Voglio te- rispose, la voce un filo più ferma ora. -Solo te, è tutto quello che desidero nella mia vita.- Si piegò in avanti, le labbra che baciarono la punta delle sue scarpe di cuoio nero, lucide come la notte stessa. Sentì il sapore della polvere, della terra, della potenza che emanava da lui. Un brivido le corse lungo la schiena, ma non si tirò indietro. Invece, iniziò a salire, i baci che diventavano più lenti, più deliberati. Ogni centimetro di pelle che scopriva sotto i suoi abiti era un territorio da conquistare, da adorare.
Quando raggiunse le sue ginocchia, le mani di Eugenio si posarono sui suoi capelli, non per spingerla via, ma per guidarla. Francesca sentì il peso di quel permesso, il privilegio di essere la prima a toccarlo così. Scostò la stoffa pesante della sua tunica, scoprendo le cosce pallide, muscolose. Il suo respiro si fece più rapido, il calore che le saliva alle guance mentre le labbra si muovevano lungo la pelle interna delle sue gambe, sentendo il tremore quasi impercettibile che lo attraversava.
Finalmente, arrivò a ciò che desiderava da sempre. Il tessuto che copriva Eugenio era già teso, e quando lei lo scostò con un gesto lento, quasi reverenziale, lui emise un suono basso, quasi un ringhio. Francesca non si lasciò intimidire. Si fermò un attimo, osservando, poi chinò la testa e lasciò che la punta della lingua sfiorasse la pelle sensibile, assaporando il sapore salato, il potere che pulsava sotto la superficie.
La prima carezza della sua lingua fu un'esplosione di sensazioni, un contatto che sembrava bruciare eppure gelare allo stesso tempo. Eugenio si irrigidì, le dita che si serrarono nei suoi capelli con una pressione quasi dolorosa, ma Francesca non si fermò. Scivolò più in profondità, le labbra che si chiudevano attorno a lui con una lentezza che era quasi una tortura. Sentì il sapore del suo signore, un misto di sudore, di potere, di qualcosa di primordiale che le fece girare la testa. Ogni centimetro che prendeva in bocca era una vittoria, una conquista, e quando finalmente lo inghiottì tutto, fino alla base, sentì il suo corpo tremare sotto di lei.
Non c'era fretta, non c'era pressione. Francesca si muoveva con una devozione che era quasi religiosa, le guance che si infossavano ad ogni risucchio, le mani che accarezzavano le sue cosce mentre la testa si muoveva su e giù con un ritmo ipnotico. Ogni tanto si fermava, lasciando che la punta della lingua danzasse lungo il frenulo, sentendo il suo signore contorcersi sopra di lei, i muscoli tesi come corde di un arco. Le sue narici si riempivano del suo profumo, del suo bisogno, e ogni respiro era come bere un elisir di pura eccitazione.
Eugenio non parlava, ma i suoi gemiti erano più eloquenti di qualsiasi discorso. Un suono roco, gutturale, che sembrava provenire dal profondo del suo essere, ogni volta che lei applicava una pressione particolare, ogni volta che i suoi denti sfioravano appena la pelle con una minaccia che era anche una promessa. Francesca sapeva esattamente cosa stava facendo, sapeva come farlo impazzire, e quando sentì il suo respiro farsi più rapido, il suo corpo irrigidirsi in un modo che conosceva troppo bene, non si tirò indietro.
Al contrario, affondò ancora più profondamente, le labbra che si serravano attorno a lui mentre le sue mani si stringevano sulle sue cosce, annullando ogni possibilità di fuga. Quando Eugenio finalmente esplose, fu con un grido che sembrò squarciare l'aria stessa, un suono che Francesca sentì risuonare in ogni fibra del suo essere. Lei lo bevve tutto, ogni singola goccia, la gola che si contraeva mentre ingoiava con una devozione che era quasi feroce. Non lasciò che neppure una goccia si perdesse, le labbra che continuavano a succhiare delicatamente anche dopo che lui si era svuotato completamente.
Francesca rimase inginocchiata ai piedi di Eugenio, il sapore di lui ancora vivo sulla sua lingua, una miscela di potenza e resa che la faceva tremare. Le sue labbra erano ancora umide, e quando le passò sopra la lingua, raccolse l'ultima traccia di lui, come se fosse un sacramento. Alzò lo sguardo, incontrando i suoi occhi neri che la scrutavano con un'intensità che le fece mancare il fiato. Non c'era bisogno di parole—lo vedeva nella sua espressione, nel modo in cui le sue dita si stringevano ancora ai suoi capelli: era suo, ora, completamente.
Eugenio si piegò in avanti, una mano che le sollevò il mento con una delicatezza che contrastava con la ferocia di pochi istanti prima. -Ti sei meritata le mie attenzioni- sussurrò, la voce roca, come se anche quelle poche sillabe fossero una conquista. Francesca sentì le parole scivolarle sulla pelle, accendendola ancora di più. Non aveva mai desiderato nulla così intensamente come il suo elogio, la sua approvazione. Si strusciò contro la sua gamba, un movimento istintivo, come un gatto che cerca affetto, ma con un'intenzione molto più oscura.
Lei sapeva cosa voleva. E lui lo sapeva. Senza rompere il contatto visivo, Eugenio le indicò il pavimento accanto al trono con un cenno del capo. Francesca obbedì immediatamente, strisciando verso il punto indicato con una grazia che era quasi animalesca. Si sdraiò sulla schiena, le braccia distese sopra la testa, le gambe leggermente divaricate—un'offerta silenziosa, una preghiera muta. I suoi occhi non lasciarono mai i suoi, anche quando lui si alzò dal trono e si avvicinò, per poi baciarla.
Da quel giorno, Francesca servì ogni giorno Eugenio come se il suo piacere fosse anche il proprio.
Venere Scarlatta