In questa domenica quasi estiva ti ho pensato, come sempre. Non ho potuto fare a meno di salire in macchina e mettermi in viaggio.
So che è una pazzia, ma volevo ritrovare te, anche soltanto nel ricordo: il tuo desiderio, i tuoi baci, i tuoi occhi un po' lucidi, come se avessi avuto la febbre, ogni volta che il tuo sguardo si posava sulle mie gambe.
Sono tornata qui, dove avevi l'appartamento delle vacanze. Fra le case saracene sulla spiaggia, piccolo presepe di notte, e la costa un po' selvaggia con il fondale chiaro.
Conservo ancora il braccialetto che mi hai regalato una sera.
Avevamo camminato a lungo fra le bancarelle di raffinati oggetti esotici.
Ad un tratto tu hai visto il braccialetto su un banco di souvenirs etnici e me lo hai regalato con un lampo negli occhi.
A casa mi hai fatto sedere sul divanetto di vimini e me lo hai allacciato alla caviglia. La sottile catenella d'argento, con il minuscolo ciondolo ovale, sembrava fatta su misura per il collo del mio piede.
Seduto sul pavimento di fronte a me, le tue mani hanno preso a sfiorarmi la caviglia, le dita, le unghie laccate, come fossi stata una dea da venerare.
Mi hai sollevato un po' la gamba, denudando la coscia.
Le tue mani si sono fissate sulle mie ginocchia, a scostarle leggermente.
Non facevi nulla, guardavi i miei slip.
Rossi, come la carne viva che già sentivo pulsare, sotto, in spasmodica attesa del tuo tocco.
Sapevi come farmi morire, in quella lenta tortura che mi portava quasi a supplicarti di toccarmi.
Aspettavi ancora. I tuoi occhi fissi sulla mia intimità fasciata nella seta erano come spilli. Mi sono tirata su la gonna fino alla vita, allargando di più le gambe per offrirti tutto quello che potevo offrirti, perché tu lo prendessi nel modo che volevi.
Sapevo di essere oscena, così con le cosce spalancate davanti al tuo sguardo. Ma volevo esserlo per te.
Ho sentito le tue mani afferrarmi i fianchi e il tuo viso affondare nei miei slip.
Le tue labbra erano come ventose, succhiavano il tessuto, mi avvolgevano, mi mangiavano.
Sembravi voler sciogliere con la lingua quella sottile membrana delle mutandine, ormai fradicia dei miei umori e della tua saliva, che non ti permetteva di succhiare la mia pelle.
Mi sono abbandonata alle sensazioni travolgenti che mi provocavi, appoggiandoti le gambe sulle spalle, alzando il bacino per offrirmi tutta alla tua bocca.
Solo per un attimo ti sei fermato e mi hai guardata, con gli occhi pieni di una luce che conoscevo bene. Hai capito ciò che volevo ed era la stessa cosa che volevi tu.
Volevo che mi prendessi, subito.
Mi hai sfilato gli slip quasi strappandoli e mi hai fatta voltare, in ginocchio sul divano, con le gambe divaricate ad accogliere il tuo sesso impaziente.
Così, aggrappata allo schienale, ti sentivo ansimare e spingere sempre più duro e sempre più bagnato della mia eccitazione.
Ho aperto di più le gambe, come se avessi voluto spaccarmi in due.
Avevo una voglia quasi dolorosa di te. Voglia di essere presa di più, più a fondo, fino alla soglia del dolore e dell'incoscienza, oltre ogni decenza, ogni romanticismo.
Voglia del tuo odore addosso, del tuo piacere dentro. Voglia di essere piena del tuo desiderio. Ovunque.
Mi hai portato la mano sul pube, fasciandomi tutta, strofinando il palmo sul clitoride ormai allo spasimo, mentre il tuo sesso continuava a spingermi dentro, per lasciare la tua scia bruciante che non avrei più potuto cancellare.
Sono venuta sotto i tuoi colpi sempre più frenetici, ansimando e mordendo lo schienale del divano.
Il tuo piacere è stato come una frustata bollente che mi ha inondato il ventre e le cosce.
Ti sei accasciato su di me, dopo, il tuo cuore che batteva impazzito contro la mia schiena, il tuo sudore, i tuoi brividi mischiati ai miei.
Ero tua.
E sono stata tua in mille altri modi.
Tua la mattina, appena svegli.
Dormivi con i boxer, scoperto nel caldo afoso di quell'agosto senza pietà. Io indossavo solo gli slip di cotone, semplici, neri, dalla linea sottile.
Durante la notte mi piaceva lasciare liberi i miei seni piccoli con i capezzoli grandi. Mi piaceva perché piaceva a te: adoravi prendere sonno con quei due occhi bruni puntati addosso.
Perché ti sembravano due occhi, i miei capezzoli. Due occhi immobili, che ti fissavano, chiedendoti cose che la lingua non avrebbe potuto esprimere altrettanto bene.
Ti addormentavi sotto il desiderio di quello sguardo muto che l'indomani mattina avresti ascoltato e soddisfatto.
Ma io la mattina mi svegliavo sempre prima di te.
Nella penombra della stanza sbirciavo attraverso le persiane serrate ed intravedevo l'orizzonte livido. C'era solo silenzio, le barche dei pescatori abbandonate sulla riva, le onde che lambivano appena il bagnasciuga come se non volessero disturbare la quiete, tutto avvolto ancora nell'immobilità della notte, in un'ovatta di torpore. Sembrava un paese fantasma, il quadro di un pittore surrealista.
Avevo voglia di spogliarmi completamente, tuffarmi in mare, fondermi con l'acqua.
Ti ricordi quella mattina in cui ho fatto il bagno nuda?
Avvolta soltanto in un asciugamano leggero, all'alba, sono corsa in spiaggia, mi sono tuffata e mi sono lasciata cullare dalle onde. Mi sembrava che mille mani liquide mi lambissero.
Sono rientrata in casa bagnata di acqua marina e di voglia di te. Il tocco fresco dei miei capelli umidi ti ha svegliato mentre, cercando di non fare rumore, mi accoccolavo sul letto.
Hai aperto appena gli occhi, mi hai guardata, soffermandoti sull'asciugamano che mi cingeva i fianchi. Non hai detto nulla, ti sei solo alzato prendendomi per mano.
La tua stretta salda non mi ha lasciata nemmeno mentre facevi scorrere l'acqua della doccia.
Mi hai insaponato la pelle e i capelli e ti sei soffermato delicatamente sulla nuca, sui seni, sui glutei, con quel tuo tocco che sapeva essere a tratti delicatissimo, come un soffio, e poi più deciso.
Adoravo questo tuo modo di decifrare il mio corpo. Eri così sensibile nelle tue mani da percepire ogni mio brivido, sapendo esattamente cosa la mia pelle voleva da te.
Sotto la doccia mi strizzavi addosso la spugna intrisa di acqua e sapone.
Poi, dolcemente, hai iniziato ad insinuare le dita dentro di me. Tastavi le labbra per saggiarne l'umido e la consistenza, ti eccitavi sentendole così bagnate sotto la tua mano.
Inevitabile il mio rabbrividire mentre avvertivo il calore e la pressione del tuo sesso duro contro il mio ventre.
Non ho resistito quella volta e mi sono chinata a sfiorarlo con la bocca.
Tu non hai saputo fermarmi, ti sei appoggiato con la schiena contro il vetro appannato della cabina doccia, quasi come se non riuscissi a reggerti in piedi.
Ho preso a percorrere il tuo sesso con la bocca socchiusa, mentre il getto d'acqua tiepida lo inondava senza sosta. Inghiottivo tutta l'acqua che potevo, aveva il tuo sapore.
Con la lingua ho iniziato a tormentarti il glande sempre più gonfio. Avevi gli occhi chiusi, la testa appoggiata al vetro, la mano che mi afferrava i capelli.
Ansimavi.
Eri uno spettacolo di forza e passione, di piacere incontrollato e voluttà immensa.
Eri stupendo.
Sentivo la tua eccitazione giungere allo spasimo fra le mie labbra ed è stato allora che mi hai spinto la testa ancora verso di te, perché ti avvolgessi più che potevo, perché tu potessi possedermi anche così, fino in fondo, fino al limite della mia capacità, fino ad invadermi la bocca e la mente come non avevi mai fatto prima.
Poi hai cercato di fermarmi, gemendo mi hai detto di smettere, stavi per venire. Ma io non ti ho ascoltato.
Il tuo piacere mi è sgorgato in gola e io l'ho succhiato fino all'ultima goccia.
Eri ancora mezzo incosciente quando mi hai sussurrato - adesso vieni qui - .
Mi sono alzata e tu mi hai circondata del tuo abbraccio forte e sicuro, come a volermi sorreggere e guidare.
Eri tu, adesso, a voler godere del mio piacere come fosse stato il tuo, i miei brividi, la mia vertigine sempre e solo tuoi.
Hai cominciato a strofinarti contro di me.
Il tuo petto mi premeva i seni, il tuo bacino s'inarcava contro il mio, le tue mani sui miei glutei mi spingevano contro di te. Mi perdevo ad occhi chiusi nel tuo calore, nel tuo profumo, nel tuo contatto, nel sentirti così addosso.
Mi hai posseduta ancora con le dita, con gesti profondi e lenti, tenendomi una gamba sollevata e frenando la tua voluttà frenetica perché io potessi godere fino in fondo, con tutte le sensazioni dilatate come al rallentatore.
Ho nascosto il volto contro la tua spalla, ti ho graffiato la schiena mentre mi facevi venire con un movimento ondeggiante.
E sono stata ancora e sempre tua, dopo, mentre mi asciugavi e poi mi preparavi la colazione con la mia marmellata preferita.
Stamattina ho camminato tanto nei vicoli di questo paese, pensando, ricordando e crogiolandomi nella crudeltà delle mie stesse irragionevoli speranze.
Il tuo appartamento delle vacanze è ormai un luogo che non ci appartiene più. Noto un triciclo sul terrazzino, biancheria stesa, tracce di vita estranea che non è più la nostra.
L'hai venduto, mi avevi detto - qui ci sto con te o con nessuno mai più - .
E hai mantenuto la parola... dopo che ci siamo lasciati, con tutti i problemi, la rabbia, le suppliche un po' mie e un po' tue, le notti passate al telefono con la voce spezzata e i tentativi disperati di abbarbicarci l'uno all'altra, come due tronchi alla deriva che non volevano perdersi fra le rapide di un fiume tumultuoso, siamo stati risucchiati ciascuno nel proprio violento vortice di vita e di lavoro lontano.
Eravamo stelle in collisione che sono esplose insieme, scambiandosi le scintille, per poi separarsi e non incontrarsi più.
Io però, oggi come in ogni momento in cui qualcosa mi parla di te – una musica, un odore, un'impressione sfuggente -, non ho dimenticato i tuoi occhi, la tua voce, le tue labbra, le tue mani, il desiderio dolce e feroce, il tuo modo irripetibile di farmi sentire tua.
Continuerò a perdermi nei ricordi di quella nostra bolla lontana da tutto, di quei momenti cristallizzati fuori dal tempo, di quella visceralità assoluta ed unica che solo tu ed io potevamo capire.
E non smetterò mai di cercare quella me stessa che non tornerà, perché così, come ero con te, io non lo sarò più.
Claudia.PR-Laila