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Racconto n° 5298
Autore: Mfortis Altri racconti di Mfortis
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Il viaggio
Il termometro segnava una temperatura impensabile per quel periodo, e l'aria all'interno del vagone era diventata una cappa irrespirabile. Erano gli anni '90, quelli dei treni stipati fino all'inverosimile, dove il concetto di "prenotazione del posto" era un lusso per pochi. Lui non avrebbe mai voluto trovarsi lì; odiava viaggiare sui binari, preferendo la libertà della sua auto, ma Roma lo spaventava: una metropoli immensa, un groviglio di strade sconosciute e l'incubo perenne del parcheggio. Così, quasi per sfinimento, si era arreso al treno.
Mentre cercava di farsi spazio tra borsoni di tela e passeggeri sudati, i suoi occhi avevano intercettato un volto familiare. Poi, con un altro scossone del convoglio, ne ebbe la certezza: era lei. In mezzo a quella calca, la sua figura spiccava con una sensualità quasi sfacciata. Lui non riusciva a smettere di guardarla, o meglio, faticava a guardarla negli occhi perché la vista gli cadeva inevitabilmente più in basso. Il seno di lei, florido e prorompente, sembrava sfidare i bottoni della camicetta leggera; lei non faceva nulla per dissimularlo, anzi, ogni suo movimento sembrava esaltare quelle forme che lo attraevano come un magnete.
"Ma che ci fa lei qui?" si chiese, mentre il cuore accelerava. Lei non lavorava, forse era lì per uno dei tanti concorsi pubblici che mobilitavano migliaia di giovani in quegli anni. Si fece largo a gomitate, ignorando le lamentele degli altri passeggeri, finché non le fu a un palmo di naso.
"Ciao!" esclamò lui, quasi sorpreso dal proprio coraggio.
Lei si voltò e lo investì con uno dei suoi soliti sorrisi radiosi, quelli che sembravano non spegnersi mai. "Ciao!"
"Pure tu diretta a Roma?"
"Sì, tento il concorso per il Ministero della Giustizia, come impiegata. Col diploma, purtroppo, le opzioni sono queste," rispose lei, scrollando le spalle con un'aria tra il rassegnato e lo speranzoso. "Saranno tre giorni di fuoco, ma onestamente non ho molte speranze. E tu?"
"Io ho un corso di aggiornamento a Castro Pretorio. Mi tratterrò per una settimana intera."
Lei sgranò gli occhi, divertita. "Allora ti godrai la città più di me! Luca non voleva assolutamente che venissi, lo sai quanto è geloso, quasi ossessivo... stavolta però mi sono imposta. Ho dovuto chiedere manforte a mamma e papà per convincerlo, e alla fine ho vinto io: eccomi qua!" Rise, una risata che risuonò calda sopra il rumore delle rotaie. "Voleva accompagnarmi a tutti i costi per non lasciarmi sola nemmeno un minuto, ma proprio ieri gli è venuta l'influenza con la febbre alta. Ha dovuto rassegnarsi a restare a letto, poverino."
Mentre lei parlava, il treno sobbalzò violentemente, costringendoli a un contatto ancora più stretto. Lui sentiva il profumo della sua pelle mescolarsi al calore del vagone, e l'idea che lei fosse finalmente "libera" dalla guardia del suo gelosissimo compagno accese in lui un pensiero che non riusciva più a scacciare.
Non ci fu bisogno di altre parole; bastò uno sguardo di lei, un'ombra di fastidio che le attraversò il viso, per fargli capire che l'uomo alle sue spalle stava approfittando della calca per premerle addosso con troppa insistenza. Lui non se lo fece ripetere.
"Senti, mi faresti un po' di spazio? Sto proprio male qui in mezzo," disse lui a voce alta, fingendo un malessere che serviva da scusa perfetta.
Lei colse l'occasione al volo. Con uno scatto agile si liberò dalla morsa degli altri passeggeri e si piazzò con la schiena contro la parete fredda del vagone. Lui le si parò immediatamente davanti, facendole da scudo con il proprio corpo e creando una piccola bolla d'aria privata in quel caos soffocante.
"Grazie," sussurrò lei, sollevando lo sguardo. Gli rivolse un sorriso che, a quella distanza, sembrava ancora più luminoso e intimo.
Grazie, pensava lui, mentre sentiva il sangue pulsare più forte. Adesso erano quasi incastrati: lui puntava le braccia contro la parete, cercando di fare forza per non schiacciarla e per mantenere quel minimo di decoro, ma in realtà erano faccia a faccia, i respiri che si mescolavano nell'aria densa del treno. Nonostante i suoi sforzi per resistere, il turbamento prese rapidamente il sopravvento. Il calore che emanava il corpo di lei, così vicino e indifeso, gli provocò un'erezione decisa che ormai faticava a nascondere nel ristretto spazio tra i loro bacini.
Lei, però, sembrava non accorgersi di quel mutamento fisico, o forse faceva finta di nulla per non rompere l'incanto. Continuava a parlargli con naturalezza, raccontandogli di quanto si fosse preparata per quel concorso. "Ho consumato quel libro dei test, sai? Lo so quasi a memoria," diceva, e ogni volta che pronunciava una parola le sue labbra sembravano quasi sfiorare il mento di lui. "Ma senza raccomandazioni... lo sai come funziona. Eppure ci voglio provare lo stesso. Devo provarci."
Mentre lei parlava con quella speranza ingenua negli occhi, lui la guardava rapito, consapevole che quel muro e la calca del treno stavano diventando i complici di un desiderio che stava per esplodere.
Il treno frenò bruscamente in una stazione intermedia e un'altra ondata di passeggeri si riversò dentro, come se il vagone non fosse già al limite della capienza. La spinta fu violenta, inarrestabile. Aldo tese i muscoli delle braccia, le nocche bianche mentre cercava di puntarsi contro la parete per non schiacciare Maria, ma fu tutto inutile. La folla li compresse l'uno contro l'altra in un incastro totale, senza più un millimetro di aria a separarli.
In quel contatto integrale, Aldo non riuscì più a nascondere nulla. Il suo corpo, tradito da un desiderio che non rispondeva più alla ragione, premeva contro di lei, facendole sentire chiaramente ogni centimetro della sua eccitazione. Il calore tra i loro bacini era diventato un incendio.
"Maria, scusami... sono mortificato," le sussurrò all'orecchio, con la voce rotta dall'imbarazzo e dal piacere che quel contatto gli stava provocando suo malgrado. "Mi vergogno da morire... ma non riesco a spostarmi, mi spingono da tutte le parti, sto cercando in ogni modo di..."
Con un ultimo sforzo disperato, approfittando del fatto che le porte si erano appena richiuse e la calca si era stabilizzata, riuscì a dare un colpo di reni e a staccarsi di nuovo di qualche centimetro, tornando a puntare le braccia contro il metallo della parete. Sudava, il cuore gli batteva fin nelle tempie.
Maria rimase in silenzio. Nonostante i suoi sforzi, il treno riprese la corsa e le continue ondulazioni, le frenate improvvise e i sobbalzi delle rotaie li portavano a scontrarsi di nuovo, a intervalli regolari. Era un tormento: un momento era lontano, il momento dopo la sfiorava di nuovo, sentendo la morbidezza del suo corpo contro la propria rigidità. Aldo era esasperato, sospeso tra il senso di colpa e una voglia che lo stava facendo impazzire.
"Scusa, Maria... non riesco proprio a evitarlo," mormorò ancora, quasi a voler giustificare quel corpo che sembrava avere una volontà propria.
Lei sollevò lo sguardo su di lui. Non c'era rabbia nei suoi occhi, solo una strana luce, calma e consapevole. "Aldo," disse lei con voce bassa, quasi un soffio che si confuse col rumore del treno. "Ho capito... tranquillo. Non fa niente."
Quel "non fa niente" risuonò nella testa di Aldo come un invito silenzioso. Maria non si era scostata, non aveva cercato di proteggersi; era rimasta lì, ferma, accettando quella vicinanza forzata.
Il treno frenò bruscamente in stazione e le porte si aprirono su un'altra ondata di passeggeri pronti a tutto pur di salire. La spinta fu inarrestabile, una pressione umana che non ammetteva resistenza. Aldo, che con la sua statura imponente sovrastava quasi tutti nel vagone, cercò disperatamente di fare perno sulle braccia, puntandosi contro la parete sopra la testa di Maria, ma il peso della folla era troppo. Nonostante lo sforzo muscolare e le vene del collo tese per la fatica, il suo corpo venne premuto senza scampo contro quello della ragazza.
In quell'incastro totale, Aldo non riuscì più a nascondere il suo desiderio, che premeva prepotente contro di lei. "Maria, scusami... sono mortificato," le sussurrò dall'alto, dovendo chinare molto il capo per avvicinarsi al suo orecchio. "Mi vergogno da morire... ma non riesco, mi spingono... sto cercando in tutti i modi di..."
Lei alzò lo sguardo verso di lui, i loro occhi si incrociarono a pochi centimetri di distanza. "Aldo," disse lei con un soffio di voce, "ho capito... tranquillo, non fa niente. Davvero."
Quel "non fa niente" agì su Aldo come una scarica elettrica, sciogliendo parte della sua tensione nervosa ma accendendo un fuoco diverso. Facendo appello a tutta la sua forza, una volta che le porte si richiusero e il treno ripartì, riuscì a staccarsi di nuovo di qualche centimetro, tornando a fare scudo con le braccia. Ma era una lotta contro la fisica. Aldo, esasperato e madido di sudore, cercava di resistere alle continue ondulazioni del treno che lo facevano barcollare.
"Scusa Maria, non riesco proprio..." mormorò ancora, inarcando il corpo all'indietro per allontanare il proprio sesso dal bacino di lei. Così facendo, però, i loro visi si trovarono quasi faccia a faccia nonostante la differenza d'altezza. Lui vedeva ogni piccolo dettaglio della sua pelle, sentiva il calore che emanava.
"Speriamo che scenda qualcuno alla prossima," rispose lui cercando di riprendere fiato, - o dovremo stare qui come sardine per tutto il viaggio."
"Lo penso anch'io," rispose lei, poi ebbe una smorfia di dolore e si spostò in avanti verso di lui: "Aldo, ho questo ferro del vagone che mi sta praticamente entrando nella schiena, mi fa male!"
Mentre lo diceva, le loro labbra si sfiorarono in un contatto involontario ma bruciante. Aldo sentì le braccia tremare: "Mi dispiace Maria... sto cercando di guadagnare spazio, ma non so per quanto posso resistere, i muscoli mi fanno male!"
Proprio allora, il treno prima frenò secco e poi imboccò una curva veloce. La massa di passeggeri sbandò violentemente verso la parete. Aldo non riuscì a trattenere la spinta e si incollò letteralmente alla ragazza, che ricevette un altro colpo durissimo contro il metallo. Il dolore fu tale che a Maria spuntarono le lacrime, che iniziarono a rigarle le guance.
Aldo, convinto che quelle lacrime fossero dovute all'imbarazzo del loro contatto così intimo e forzato, si sentì morire dal senso di colpa. "Potrai mai perdonarmi? Non sai quanto mi vergogno..." "No... è la schiena, il ferro... sento un dolore forte," rispose lei con la voce rotta dal pianto.
Senza pensarci un istante di più, Aldo fece scivolare una mano dietro di lei, frapponendo il palmo grande e caldo tra la schiena della ragazza e il metallo gelato del vagone per proteggerla. Il risultato fu che ora erano sigillati, cuore contro cuore, bacino contro bacino, senza più un millimetro di spazio. Aldo chinò il viso verso quello di lei, che lo guardava con gli occhi ancora lucidi.
Mosso da una tenerezza improvvisa e dal desiderio di consolarla, Aldo le scoccò un bacetto leggero sulle labbra. Non fu un bacio predatore, ma un gesto dolce e istintivo, un contatto morbido che cercava di dirle "ci sono io qui". "Basta che non piangi, Maria," le sussurrò poi, restando con le labbra a un soffio dalle sue.
Lei non rispose, ma il suo respiro si fece più profondo e, invece di scostarsi, sembrò abbandonarsi contro il petto di lui, mentre la mano di Aldo dietro la schiena iniziava a scaldarla.
La schiena di Maria, finalmente protetta dal palmo grande di Aldo, non sentiva più il dolore del metallo. Lei alzò lo sguardo e lo vide: Aldo era matido di sudore, i muscoli delle braccia tesi in uno sforzo che sembrava sovrumano per non schiacciarla.
"Va meglio Aldo, molto meglio," gli disse, accorgendosi che lui stava arrivando al limite. "Mettiamoci di lato, non ce la fai più così! -
"Non ti preoccupare per me," ribatté lui con voce roca, "mi dispiace solo di non riuscire a darti più spazio." In un ultimo, eroico tentativo, fece un altro scatto per distanziarsi, ma il vagone era una muraglia umana.
Erano partiti da soli venti minuti e ne mancavano almeno altri centocinquanta. Maria capì che quella resistenza era inutile. "Aldo, va bene la mano sul ferro, quello mi faceva male... ma non sforzarti a prendere spazio perché non ce n'è. Non preoccuparti, anzi... adesso te ne do io un po'."
Con un movimento deciso, Maria fece scivolare la propria gamba tra quelle del ragazzo. Quel piccolo incastro permise loro di guadagnare qualche centimetro di respiro, ma il prezzo fu un'intimità ancora più bruciante.
"Maria! Così... così io non riesco..." balbettò lui, sentendo il cuore esplodere.
"Aldo, ho capito... è normale!" rispose lei, fissandolo negli occhi. "Anche io... quindi scusami anche tu."
Aldo sentiva il calore di lei sulla gamba, un calore che sembrava attraversare i tessuti, quasi umido, mentre l'erezione era diventata un dolore pulsante che l'ondulazione del treno non faceva che esasperare. Iniziarono a parlare sussurrando, i visi così vicini che le ciglia quasi si toccavano.
"Aldo... questa cosa... mi raccomando," sussurrò lei.
"Che cosa?"
"Questa cosa che siamo così..."
"Che cosa, Maria? Noi non ci siamo mai incontrati qui. Tu mi hai visto? Io no," rispose lui con un mezzo sorriso complice. "Ho la ragazza ed è gelosa quanto Luca!"
"Sì, non ci siamo mai incontrati," confermò lei sorridendo tra sé, mentre si muoveva leggermente.
In quel momento, Aldo sentì tutto. La vibrazione costante delle rotaie e il movimento ritmico del convoglio stavano facendo il loro lavoro. Sentì Maria sussultare, un tremito sottile che le percorse il corpo finché non la vide piegarsi leggermente sulle gambe. Lei chiuse gli occhi, il respiro interrotto.
Aldo non resistette più. Chinò il capo e le scoccò un altro bacio, stavolta più audace, cercando la risposta delle sue labbra. Poi un altro ancora, finché la passione non ruppe ogni indugio: affondò la lingua nella sua bocca. Maria la accolse con un gemito soffocato, ricambiando il bacio con un'urgenza che cancellò in un istante il caldo, la folla e i sensi di colpa. In quel vagone stipato, esistevano solo loro due.
Terminato quel primo bacio mozzafiato, rimasero sospesi nel rumore metallico delle rotaie. Non passarono nemmeno cinque minuti che il desiderio tornò a bussare con una forza ancora più violenta. Aldo chinò di nuovo il capo e lei sollevò il mento, cercando le sue labbra: questa volta il bacio fu un incendio. Le loro lingue si intrecciarono con una fame che non ammetteva più scuse, mentre il sapore di lei si mescolava al fiato corto di lui.
Aldo era quasi paralizzato dalla situazione, ma Maria prese l'iniziativa. Gli gettò le braccia al collo, allacciando le dita dietro la sua nuca e spingendo il proprio corpo contro quello di lui con una decisione che gli tolse il respiro. Si stringeva, cercava ogni centimetro della sua pelle attraverso i vestiti, offrendogli le labbra ancora e ancora, in una sequenza di baci profondi e umidi.
In quel corpo a corpo frenetico, con Maria che lo serrava a sé e la calca del treno che li comprimeva senza pietà, Aldo sentì il punto di non ritorno. Ogni muscolo del suo corpo si tese all'inverosimile; mentre le labbra di lei lo esploravano con urgenza, Aldo perse ogni controllo e, in un sussulto violento che gli scosse la schiena, scaricò tutto il suo piacere negli indumenti. Un calore intenso si diffuse, lasciandolo per un istante stordito e svuotato, appeso alle braccia di lei.
Maria lo guardò negli occhi, vedendo il suo sguardo farsi lucido per l'emozione, e gli sorrise con una complicità che non aveva bisogno di parole.
"Adesso forse stiamo meglio," mormorò Aldo, cercando di recuperare un briciolo di contegno.
Ma i sensi di Maria erano ormai del tutto accesi. Invece di calmarsi, iniziò a strusciarsi contro la sua gamba con movimenti lenti e calcolati, facendogli sentire quanto fosse desiderosa di non interrompere quel ritmo.
"Io non tanto!" gli rispose lei con voce roca, fissandolo con uno sguardo che bruciava.
"Ma prima pensavo che..." provò a dire Aldo, ancora incredulo per la reazione di lei.
Maria continuò a muoversi con un ritmo lascivo, quasi ipnotico. "Sì... ma non è finita. Tanto noi non siamo qui, non ci siamo mai incontrati, vero?"
"No, Maria," rispose lui, lasciandosi trascinare di nuovo, "non ci siamo mai incontrati... ma che bello questo non-incontro. Speriamo davvero che, come al solito, il treno faccia ritardo."
"Sì, speriamo," sussurrò lei.
Non passò molto tempo prima che Aldo sentisse Maria vibrare di nuovo contro di lui. Era un fremito silenzioso che partiva dal profondo, un tremito che le faceva chiudere gli occhi e mordere il labbro inferiore. Ma non accennava a fermarsi. Anzi, la sua ricerca di piacere sembrava essersi alimentata: continuava a muovere il bacino contro la gamba di lui, quasi a voler consumare ogni istante di quella libertà clandestina. Non le bastava mai; voleva sentire Aldo partecipe, voleva che quel contatto rimanesse vivo e pulsante finché l'ultima stazione non li avesse riportati alla realtà.
Aldo, pur sentendosi svuotato, non riuscì a sottrarsi: la sua mano dietro la schiena di lei iniziò a muoversi, accarezzando la stoffa della camicetta e sentendo il calore della pelle di Maria che sembrava quasi scottare attraverso i vestiti. Il vagone continuava a ondeggiare, e a ogni curva del binario, la passione tra loro cresceva, isolandoli in un mondo fatto solo di brividi e sospiri rubati alla folla.
Maria era letteralmente assatanata. Non accennava a fermarsi, muovendosi contro di lui con un ritmo che non lasciava spazio a dubbi. Aldo era basito: non avrebbe mai immaginato che dietro quel sorriso sempre solare e quell'aria da ragazza della porta accanto si celasse una donna così focosa e affamata. Ma la sorpresa vera arrivò quando lei, con il fiato corto e le labbra vicine al suo orecchio, iniziò a fargli delle confessioni che gli fecero bollire il sangue.
"Siccome noi non ci siamo incontrati," gli sussurrò lei, con una voce resa roca dal desiderio, "posso dirti tutto. Non ti ho detto che Luca non mi ha mai fatto venire... ho sempre finto, Aldo. Sempre. E invece qui con te, in mezzo a tutta questa gente, sono già a due e mezzo... con lui manco mezzo, e devo pure sforzarmi di recitare. Qui, invece, il paradosso è che devo fingere di non venire per non farmi sentire dagli altri!"

Mfortis

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