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Racconto n° 56
Autore: Rosye Altri racconti di Rosye
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Perfidia, il desiderio oltre la ragione God save the Queen, una sola Regina per l'Europa. Foreign Affairs, incontri ravvicinati troppo pericolosi Tentazione, un peccato senza tempo. Voyeur, esperienze di una donna senza pudore. Hibiscus, il fiore della trasgressione. Exchange, l'ultimo passo prima del buio. Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto My Story, il coraggio di affrontare la verità La schiava, una storia oltre il limite del desiderio
 
 
Africa
In questo mio febbrile dondolare, fuori e dentro le immagini illusorie di piacere, a volte afferro flash convulsi di realtà. La sento appiccicarsi a me, come animaletto parassita che inizia subito a succhiare. Pratica un foro sulla pelle, all'altezza del cuore, e inserisce il pungiglione. Aspira con gli occhi chiusi, e vedo che si ingrandisce, si gonfia, si sta già nutrendo di me.
Solo in quei momenti di dolore perforante afferro la vita.
Se potessi agitare le mani, caccerei via queste onde duplici.

Lei adesso è seduta sulla sponda del mio piccolo divano di stoffa nera, damascata di blu notte.
Mi guarda interrogativa. Forse non parla neanche molto bene la mia lingua. E' lucente, mi ricorda le bisce nere che saettavano in campagna, tra i mattoni rustici dei muretti nei campi. E' bellissima, ha gli occhi sbarrati su ipotesi che vedo scarta una ad una, come fogli impilati su un fermacarte improbabile. Ha le cosce nere e snelle appaiate, calza sandali grotteschi e bianchi, vertiginosi.
Con lo sguardo da mercante di bestiame risalgo piano il suo corpo, dalla caviglia snella e tatuata di un simbolo color hennè che ormai le si è impresso sulla pelle, allo stinco troppo magro per un'africana, alla zona subito sotto al ginocchio, appena incavata. Deve essere caduta di recente, penso con impulso materno. Lì, infatti, risalta un colore più sbiadito, e una piccola abrasione. La immagino che scavalca balle di fieno nei campi, oltrepassa strette cunette e dossi, si inoltra in anfratti colmi di rifiuti e poi inciampa e cade con il cliente che si arresta, vigliacco ed eccitato, a mezzo metro da lei. Mi chino con un moto del cuore che sa di ossequio e disperazione, le prendo le mani minute messe accanto alle cosce e passo la mia lingua aperta sul graffio, lo inumidisco, gli cambio tonalità e colore e lo riporto al nero del suo corpo d'appartenenza.
Poi alzo gli occhi.
Lei mi guarda, e scuote sorridendo la testa, ha una fascia bianca che le fa indietreggiare i capelli color corvo, che qualche ferro occidentale deve aver tentato di rendere lisci. La piega incredula della bocca è la stessa di sempre.

Per mesi sono passata accanto a lei, lungo la strada che mi riportava a casa. Spuntava fuori dall'ennesima curva all'improvviso, anche se ormai era un'attesa familiare come le pietre miliari sul bordo stradale. Costeggiavo quel gomito d'asfalto, e la guardavo. Splendida. Mi sorprendevo a rimirare così una puttana, io inequivocabilmente donna. Ma questo accadeva, e alla quinta o sesta volta in cui mentalmente snocciolavo i chilometri percorsi eccola, avevo già il batticuore ad aspettare la visione.

Un giorno mi ha sorriso.
Il bianco dei suoi denti è sfrecciato via mentre ancora attonita pensavo di aver visto male. Mi ha sorriso, ho rielencato l'azione per giorni e giorni, mi ha sorriso.fino a quel giorno in cui è successo un'altra volta ancora.

Appoggio le mie mani sulle sue. Con la carne mia liscia del palmo sento la sua ruvida, forse provata dal freddo inclemente e crudele, per lei creatura africana. Ha un odore penetrante, se l'aria intorno potesse rarefarsi vedrei vapori di incenso ed essenze muschiose, e respira piano aprendo solo un po' le labbra.
Ha gli occhi nerissimi, appena truccati, le ciglia rivolte all'insù e il vestito, bianco come i sandali, le aderisce sui seni tondi e sudati. Il respiro incerto che le rende interrogativo il viso, le fa anche sollevare la pelle nera e lucida del petto.

Quando ho frenato d'impulso la macchina, ho avuto un saettare di desiderio tra le mie cosce inguantate nelle calze. Perché? Ho sempre disprezzato gli uomini che andavano a puttane, per l'oltraggio che insieme al loro sperma immondo riversavano su quei corpi a volte quasi adolescenti. E adesso io..io, cosa stavo immaginando di fare..Sono rimasta con la mia mano sulla leva del cambio, il motore dell'auto acceso, la mente che sfarfallava dietro immagini improbabili. Ma venivano forgiate da me, le sentivo come pezzi di ferro tra maglie incandescenti, la mia mente era la fucina diabolica e reale..dovevo tornare indietro, sorridere a lei che m'aveva sorriso, portarla via con me.
Ho inserito la prima, ho girato pericolosamente sentendo le ruote dell'auto che facevano poco presa sul terriccio di campagna, mi sono trovata sulla corsia che avevo guardato incerta, sono andata verso di lei.

Avevo paura di non trovarla più. Dopo che m'ero decisa di partorire il mio mostro, non trovarla sarebbe stato uccidere questo figlio diabolico, oppure vederlo crescere senza nutrirlo.
Lei c'era.
Il corto abito bianco, di stoffa elastica, appena a sfiorare il pube. Si intravedeva il triangolo gonfio dei suoi slip, candido anch'esso, e sotto il mio inferno.

Amore mio, le sussurro adesso aspirando l'odore della sua pelle e il calore della stoffa che aderisce al suo corpo sudato.amore mio, e invio con un clic mentale lo stesso messaggio ad un uomo..sono il suo strumento adesso, e quello del mio piacere perverso, lui mi ha detto di fare questo, di allungare complice il mio braccio e ghermirti la carne già oltraggiata e offesa..ma io non ti farò male, ti custodirò per tutta questa notte senza offenderti e inchinandomi a te, che sarai per una volta padrona e non schiava.
La prendo per mano e mi alzo. La guardo girandomi appena e lei si tira su. Si guarda intorno. La stanza è di quelle tranquille, il rumore fuori è ovattato, la campagna rilascia solo rumori di cani in lontananza e attrezzi contadini che sbattono sul legno..le tapparelle sono accostate, e si sente appena il vento di uno scirocco improvviso. Mi segue. Il mio bagno la accoglie, ho già riempito la vasca bianca di schiuma e sulla mensola arde un bastoncino di incenso. E' poco più alta di me, si piega in avanti e lascia cadere una piccola risata e poi chiede "è calda?" e io mi intenerisco. Immagino latrine e bagni indecorosi, angoli putridi di una stazione Termini madre di tutte le puttane, vicoli dove l'asfalto è nero e ributtante..e le dico "sì, è calda.e tu come ti chiami?"
Claudine, dice.
Ma potrebbe chiamarsi dovunque e comunque, lei adesso è qui.

Arrivata davanti a lei, mi sono fermata, ho guardato il volante di plastica nera e ho avuto un gelo totale nelle mie mani, sulla mia gola, un velo negli occhi. Che cosa dire? e poi la domanda fatale è uscita da un'altra bocca "quanto vuoi?" e ho serrato le palpebre schifandomi di me stessa..

Girati, Claudine.
Adesso ti sbottono piano il vestito, disincastro un bottone dopo l'altro, ti scopro la pelle nera che la polvere della strada ha appannato, ti passo un dito dalla nuca coperta da una peluria leggera e animale fino ai tuoi fianchi disegnati di bianco irreale. Le striscioline dell'abito scavalcano le spalle, ti passano intorno al braccio, tu sembri una brava bambina che aspetta il bagno serale, ti sfili una bretella, poi l'altra, e il vestito si appoggia insolente ai tuoi fianchi, mi costringe a chinarmi per toglierlo tutto, sono inginocchiata dietro di te, se potessi vedermi saresti sorpresa, io che mi inchino e ti spoglio come una dama di compagnia con la sua padrona, prendo con le mie dita la stoffa da due lire dell'abitino e lo abbasso piano. Il respiro mio segue lo scendere della stoffa, e ti scopro le natiche tonde, perfette, nere come una perla d'ebano, appena divise da un filo che le separa. Oh, Claudine.mi vergogno un po', ti mormoro sulle caviglie che circondo con le mie mani,
Afferro con la mano la fascia dai tuoi capelli, e infilo così le dita nella massa cresposa.mi sembra di mettere le mani nella paglia bianca che serve per riempire i cestini, ed è irresistibile allora stringere e serrare le dita. Tu mugoli e gemi piano, ed è quasi impercettibile, mi sembra forse studiato, come se non aspettassi altro che quello da dare in cambio al denaro che t'ho già consegnato.

Quando mi ha detto il prezzo ho respirato di sollievo. La risposta mi aveva già assolta, aveva accettato, o forse aveva giocato sulla cifra per vedere a punto arrivava la mia impudenza. Ho aspettato solo per contare stupidamente e cercare il posto in casa, da dove avrei estratto le banconote. Poi, mi sono sbilanciata sulla destra per alzare la leva dello sportello e farla salire. Si è appoggiata ancora calda di strada e di polvere sul sedile, ha mormorato "bambini" guardando gli oggetti alla rinfusa nello scomparto davanti a sè, e poi ha esplorato il mio viso, fissandomi.
Sono ai suoi ordini, avrei voluto gridarle, a quelli di un uomo e ai miei..io stanotte entro in te e sarò te e tu mi lascerai un eredità di pneumatici e sedili di plastica, di profilattici da poco e di trucco rifatto nello specchietto retrovisore, una scia di odori che chiuderò nelle dita prima di farli correre via nell'aria e nell'acqua.


Ora si gira e io le appoggio impaziente le mani sui seni, e mi maledico. Dovrei aspettare, lui mi rimprovera sempre, sbrano invece di assaggiare, affogo invece di sorseggiare piano.ma i suoi seni sono come protetti dalla sua innocenza, è come se l'avessero sporcata solo tra le cosce e non altrove, come se la sua anima fosse bianca e immacolata e raccolta all'altezza del cuore. Appunto, tra i suoi seni. Faccio scivolare le mani sullo stomaco e sulla pancia, lievemente tonda, agganciando le dita al bordo dei suoi slip e abbasso, come una tendina su una finestra, la stoffa.

Perché abbiamo questo taglio, proprio qui? chiedevo a mia madre da bambina. Non è un taglio, rispondeva lei brusca, e io insistevo ostinata e impietosa che era un taglio, ero sicura, lo avevo visto anche sanguinare da lei, di nascosto.
Il ceffone era risuonato violento sulla mia guancia. L'oltraggio alle regole scritte, quelle del silenzio e della morbosità, era stato compiuto, per sempre.

Passo il dorso della mano tra le cosce di Claudine. Faccio strusciare le labbra della sua ferita sulla mia pelle asciutta, è una parte di me così sensibile perché insolita. I suoi occhi neri si allargano ma non ha paura. Cosa devo sembrarle, mi chiedo, nella mia gonna nera, corta e severa, il mio golf scuro e quest'aria da creatura astratta. Lei appoggia un piede sul bordo della vasca, sporcando il bianco di un nero fangoso. Capisco. Afferro il sottile cinturino del sandalo, lo estraggo dalla fibbia, lo tolgo dal piccolo puntale di metallo, apro la scarpa, circondo la sua caviglia con una mano e con l'altra tolgo quell'impalcatura offensiva per il suo piede da bambina. Quanti anni avrai, Claudine, mi chiedo calcolando rughe e smalto sbeccato sulle unghie. Pochi. Ripeto il rito con l'altro sandalo e poi, facendo una conca con le mie mani, avvolgo il suo piede nei palmi aperti.Le indico la vasca con l'acqua fumante. Lei scavalca i bordi di marmo bianco. Entra timorosa aspettando solo un

Io ti sto lavando, Claudine, ti sto mondando di ricordi di oggi, ti sto curando come dovrebbe fare tua madre o il tuo amante, ti sento bollente nell'acqua ancora più calda di te.adesso prendo questa spugna dove vorrei appoggiare le labbra per succhiare l'acqua che ti percorrerà la pelle, e la strofino sulla tua schiena..con la mano che naviga nella consistenza complice dell'acqua cerco la tua essenza, il tuo essere puttana che sta mollando le zavorre, che fluttua da solo..ti cerco tra le gambe divaricate e un poco flesse.piega la testa indietro, Claudine, fai entrare i fili neri dei tuoi capelli nello specchio dell'acqua.sollevo la mano e strizzo la spugna sopra la mia bocca..acqua schiuma e un poco di te mi scivolano nel rigagnolo di liquido, dalle labbra, al petto, alla camicia che si attacca al mio seno, e tu mi guardi e ti interroghi, mentre piccole pozze di acqua saponata si formano sul pavimento appena pulito e già lurido di me, io sto fotografando nella mente qualcosa che vorre
Ma è solo un momento. Tu scivoli piano in avanti gemendo e io spingo in avanti la mia mano per afferrarti e far scivolare le dita nella tua fica, stringendo con la mano il monte del tuo pelo che, bagnandosi si è ammorbidito. Sporgi in avanti le labbra con il residuo di rossetto rosa che t'eri spalmata stamattina, poi premi le tue mani sulla mia, a cercare la sommità del tuo sesso dove s'indurisce la clitoride. Prendimi, Claudine, mi sorprendo a pensare generosa e senza identità, in questo dondolare febbrile e sdoppiato, dove sento che tu mi abbracci ed è anche lui che lo fa, affidando a me tutti i suoi pensieri immondi e laceranti e mai confessati, ma pensati insieme. Il ritmo del tuo bacino nell'acqua provoca uno sbandare del liquido e del mio corpo, chiudo gli occhi e mi sento penetrata dal tuo solo piacere, io avverto questa onda che scorgo minacciosa e salvifica dietro di me, vorrei essere nella tua pancia, il mio cazzo impossibile tra le tue cosce, io a leccarti sui seni, tu che mi serri le dita sulle natiche, lo strusciare sopra di te che è il movimento eterno dell'universo e della vita.....Tu stai godendo delle mie dita che stanno cercando dentro di te l'ultimo uomo che ti ha riempito, per sentirlo anch'io e trovarmi sulla strada, con te, domattina."

Rosye

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