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Racconto n° 61
Autore: Bostonian Altri racconti di Bostonian
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Il collare
Le luci si riaccesero nella sala oblunga. Ed Muller spense il proiettore di diapositive, si sfilò il piccolo microfono dalla camicia e attese con aria interrogativa l'esito della sua presentazione. Un lungo istante di silenzio.
Uno dei consiglieri si scambiò uno sguardo con quello che gli stava davanti dall'altra parte del tavolo, poi entrambi si rivolsero verso il presidente, Reginald Gowern. Reginald si schiarì la gola, guardando verso il soffitto, si grattò leggermente sotto un orecchio, riabbassò lo sguardo verso lo schermo spento, schiacciò la sigaretta accesa nel portacenere davanti a sé.
Ed deglutì impaziente.
"Vedi Ed, la tua proposta pubblicitaria non sarebbe sbagliata in sé." Helena fece una lunga pausa dopo quelle parole. "E' piuttosto. fuori misura. Andrebbe bene per il settore, già caldissimo, delle assicurazioni sulla casa, ad esempio. Ma non per quello che ci serve ora. E' la terza prova in due settimane che siamo costretti a rivedere. Mi dispiace, ma vedo che abbiamo perso ancora del tempo. Puoi andare, Ed, grazie."
Lui raccolse imbarazzato le sue cose, lasciando cadere delle gocce di sudore sul tavolo che provò goffamente a pulire con la manica della camicia. In questo gesto, parte dei fogli che aveva sottobraccio caddero a terra. Si chinò agitato a raccoglierli, urtando il tavolo con forza e facendo così versare dell'acqua dal bicchiere del tizio che gli era più vicino. Provò a scusarsi con lo sguardo.
Qualcuno dei consiglieri espresse il proprio disappunto, con sguardi di commiserazione o schiarendosi rumorosamente la gola. Il povero Ed prese alla rinfusa tutti i suoi pezzi di carta colorati e uscì dalla stanza, rosso in viso come un peperone.
Appena fuori, si appoggiò con la schiena al muro. Sudava come se avesse fatto mezz'ora di stairmaster. Margaret, che passava nel corridoio diretta verso l'ufficio reclami, si fermò per un momento davanti a lui.
"E' andata male, eh? La iena ti ha sbranato?" gli disse.
"Mi ha messo in mutande, Meg. Penso che stavolta mi butterà proprio fuori. Accidenti a me. ma no, che dico, accidenti a lei, a quella puttana di Helena !"
Margaret scrollò la testa. "Vieni, Ed, andiamo a prenderci un caffè."
Helena era chief executive manager della "Gowern & Gowern Incorporated", la compagnia di assicurazioni della quale Reginald Gowern era rimasto l'unico proprietario, dopo la morte di suo fratello. Una donna sui trentacinque, dalla figura snella e professionale. Buona educazione superiore, un master in amministrazione, un curriculum di tutto rispetto. Era salita alla massima carica della G&G da poco più di un anno, e nessuno poteva dire che non avesse lavorato sodo per questo obbiettivo.
Rigida e irreprensibile, guardava il mondo da dietro i suoi occhiali di tartaruga, con il corpo chiuso in appropriati tailleurs dal tono rigorosamente grigio o blu. Elegante e glaciale. Attraente, pur senza essere bellissima, i capelli neri tagliati molto corti, gli occhi chiari e freddi. Senza concessioni, senza deragliare dai binari, guidava con mano ferma la G&G verso il successo. Precisa sul lavoro, esigente con i collaboratori, spietata nelle decisioni: Helena, la perfetta donna in carriera, la miniera d'oro del signor Reginald.

*************************************

Illuminata in viso dal bagliore delle fiamme rosseggianti del caminetto, Helena si alzò dal tavolo da pranzo e si andò ad adagiare sul divano accanto a suo marito Thomas.
Lei si piegò lentamente in avanti, lasciando che Thomas le massaggiasse le spalle. Allungò una mano su di lui, toccandogli una coscia. Risalì, facendo scivolare la mano lungo i pantaloni, per andarsi a fermare in mezzo alle gambe di Thomas.
"Giornata dura anche oggi, amore?" le chiese lui.
"Al solito, Tom. Per una donna poi, è ancora più dura. Se sei accondiscendente pensano tutti che sei debole. Se fai la dura ti dicono che vuoi fare il maschio." rispose lei con un sospiro, mentre gli accarezzava il rigonfiamento tra le gambe attraverso i jeans.
"Certo, sei proprio un bel maschione, lo vedo." disse Thomas a voce bassa.
Helena manipolò per un po' il membro di lui attraverso la stoffa, poi gli abbassò la cerniera lampo insinuandosi dentro con una mano a cercare il suo sesso.
Frattanto, Thomas le aveva tolto la gonna e la camicetta accomodandosi con una mano in mezzo alle cosce di lei e cominciando a stuzzicarla con insistenza, mentre con l'altra mano continuava ad accarezzarle la schiena. Helena iniziò presto a mugolare di soddisfazione.
Lui la toccava, baciandole il seno e succhiandole un capezzolo e presto lei si trovò in uno stato di eccitazione che la fece scivolare lentamente sul tappeto. Thomas la seguì sul pavimento.
Le saltò letteralmente sopra. Helena si abbandonò all'assalto docilmente, allungando all'indietro le braccia. Lui le prese entrambe con una mano e le bloccò contro il pavimento in una stretta presa.
Thomas si infilò a forza dentro di lei, ancora poco lubrificata, facendola gridare per il contatto brusco.
"Dài, dài, prendimi così, dammelo duro!" lo incitava Helena ansante.
Thomas si fece più rude, stringendole una mano intorno al seno e torturandole i capezzoli tra i denti.
"Sono tua, Thomas, sono la tua puttana, fammi a pezzi Thomas!", sussurrava Helena, il viso imperlato di sudore dal calore fortissimo del vicino caminetto. Thomas le serrò una mano intorno al collo, togliendole il respiro.
Con un grido strozzato in gola, Helena arrivò immediatamente all'orgasmo trascinandosi dietro anche lui, che pochi istanti dopo si scaricò completamente dentro di lei. Thomas le cadde sopra, baciandola affettuosamente per tutto il viso.
Rimasero a lungo abbracciati sul tappeto, spossati e sorridenti. "Ho sempre paura di farti male." iniziò a dire Thomas.
"Lo sai che sono io che lo voglio, Tom. Non mi fai male, e anche se fosse. un pò di dolore fa parte del gioco, no?" rispose lei.
"Però," continuò Thomas, "la mia Helena. Decisa e forte durante il giorno, e così bisognosa di essere dominata di notte."
"Penso di averne proprio bisogno" replicò lei con aria pensosa. "Devo scaricarmi, Tom. Non posso sempre comandare. Subire la tua violenza, anche se so che è tutta una finta, mi distende, mi fa sentire più donna, anzi femmina dovrei dire, per qualche momento. Sai, quando sei là dentro devi dimenticare tutto, amicizia, amore, sesso. L'importante è fare carriera e fare soldi, e basta. Per fortuna ci sei tu." Lo baciò teneramente.
Lui si alzò in piedi di scatto, lasciandola a terra con lo sguardo interrogativo. "Dove vai Tom, che c'è?" gli gridò dietro Helena, mentre lui usciva dal soggiorno.
Rientrò poco dopo con un pacchettino in mano. "Ho una piccola sorpresa per te, Helena."
Gli occhi le brillarono di un piacere infantile. "Che bello! Un regalo! Cos'è, fammi vedere, dai!"
"Aspetta, ecco qua." disse lui, tirando fuori da una busta di carta una striscia di cuoio nero con una fibbia metallica ad un'estremità.
"Che sarebbe questo? Un collare?" gli chiese ridendo Helena.
Senza risponderle, lui si mise in ginocchio davanti a lei e le sistemò il collare di cuoio intorno al collo, senza stringerlo troppo. "Esatto, amore. Un normalissimo collare per cani. E' nuovo, stai tranquilla." le disse ridendo, al vedere la sua aria schifata. "Sai perché te lo regalo?"
"Posso immaginarmelo..." rispose lei.
"No, non esattamente." replicò Thomas. "Questa è una specie di sicurezza per me. Dovrai essere tu ad indossarlo, non io a chiederti di farlo. Per me sarà un segnale. Ogni volta che ti metterai questo collare addosso, significherà che vuoi essere posseduta in maniera totale. Significherà che rinunci completamente a qualsiasi diritto su te stessa, e che io divengo completamente il tuo padrone."
"Ma sei già il mio padrone, amore mio." gli disse Helena con trasporto.
Thomas sorrise. Sentiva che il suo dono aveva avuto un certo successo.
"Sì, in un certo senso già lo sono. Ma in questo modo non avrò più paura di trattarti in maniera eccessivamente rude o umiliante, in certi momenti. Saprò che sei stata tu a pretenderlo da me. Dovrai avere soltanto una parola di sicurezza. Pronunciare quella parola sarà l'unica cosa in grado di riportare le cose alla normalità tra noi due. Altrimenti, finchè di tua spontanea volontà avrai addosso il collare, sarai sotto la mia più totale dominazione. Mi dovrai obbedienza, ed eseguirai tutti i miei ordini e i miei desideri senza fare domande." Thomas la guardò cercando una risposta nei suoi occhi. "Toglierti il collare non ti aiuterà. anche perché in certe situazioni potrebbe riuscirti molto difficile farlo."
Lei fissava nel vuoto davanti a sé, senza rispondere. "Pesca." disse dopo un po'.
"Cosa, Helena?"
"Pesca. La parola sarà 'pesca'. La nostra parola di sicurezza." E lo baciò appassionatamente, scavando avida con la lingua tra le labbra di lui.

************************************

Helena aspettò a lungo prima di provare a mettere in funzione il singolare dono di Thomas con tutte le sue implicazioni. Trascorsero alcune settimane. Il lavoro alla G&G continuò normalmente. Le serate di passione tra loro due continuarono con domestica regolarità. Thomas si chiese per qualche giorno che cosa Helena aspettasse a tentarlo, poi di fatto lui finì per dimenticarsi di quella possibilità, pensando che forse l'entusiasmo di lei aveva lasciato il posto ad un po' troppo di orgoglio, cosa non inattesa in una donna volitiva quale era la sua Helena.
Finchè una sera, dopo cena, Helena uscì dalla toilette completamente nuda, e con il collare di pelle indosso. Thomas, ancora seduto a tavola con un bicchiere di vino in mano, la guardò per un lungo istante. Lei rimase in piedi davanti a lui, con le mani pudicamente incrociate davanti al pube in una posa forzatamente da educanda. Lui si alzò, le girò intorno, la squadrò dalla testa ai piedi. Allungò una mano, poi l'altra, toccandola con distacco ed arroganza come se stesse saggiando un cavallo da comperare. Lei rimase immobile. Lui la tirò per i capelli, le infilò due dita in bocca costringendola ad aprirla. Lei si adeguò con aria ostentatamente ingenua a quel comportamento rozzo che lui simulava.
Thomas la prese per mano e la trascinò in camera. La buttò sul letto con tutta la brutalità di cui era capace. Lei si lasciò cadere senza la minima reazione. Lui le fu addosso ansimante, le legò entrambi i polsi alla testiera del letto con un foulard di seta, e iniziò a penetrarla con furia manifestamente animalesca, senza parlarle. Helena percepiva lo sforzo di lui nel cercare di simulare un comportamento violento e dominatorio, però sentiva tutta la finzione della scena. Lui prese a manipolarla con rudezza.
Niente da fare, Helena percepiva distintamente che lui era troppo trattenuto nei suoi tentativi di apparire violento e indifferente, e allo stesso tempo il rendersi conto della sua paura di esagerare la innervosiva. Cominciò a dimenarsi, cercando di liberarsi dall'abbraccio di lui. Lo morse ad una spalla, affondando i denti nella sua carne come se lo credesse davvero un nemico. Non c'era dubbio, Helena sapeva essere molto più spontanea di lui in un gioco di ruolo come quello. Thomas le gridò: "Stai ferma, troia!".
Ci siamo, pensò lei, le censure stanno cadendo. Helena continuò a divincolarsi, cercando di colpire Thomas con le gambe che aveva ancora libere. Lui le si mise a cavalcioni sul ventre, menandole un paio di colpi con le mani aperte sulle natiche nude. Helena sorrise dentro di sé, e sollevò ancora più energicamente il bacino facendo mostra di volerlo sbalzare via. Thomas si alzò dritto sopra di lei e, con sua sorpresa, le mollò un violento manrovescio in viso a mano piena. Helena sollevò il viso sbalordita dalla reale violenza di quella reazione e per tutta risposta ricevette un altro formidabile schiaffo dritto sull'altra guancia che la lasciò intontita per alcuni secondi. Ricadde con la testa all'indietro sul letto, mormorando dolorante: "Pesca.... pesca.". Una lacrima le scendeva lungo il viso.
Subito Thomas si chinò su di lei. "Oh, cazzo, Helena! Accidenti che idiota, guarda come ti ho conciato!" disse Thomas con un tremore genuino nella voce, accarezzandole la guancia che portava stampate in maniera evidente le quattro dita della sua mano.
"Stai tranquillo, non è nulla." disse lei in un soffio, scostandosi la mano di lui dalla guancia con una smorfia di dolore.
"Come sarebbe a dire non è nulla? Per poco non ti facevo saltare un dente! Maledizione, che idea idiota che ho avuto. Perdonami, amore perdonami, guarda qua che roba.... ma io dico, ma che imbecille!" Thomas accozzava frasi sconnesse, accarezzandola e baciandola sul viso, sul collo, sulle mani che le aveva frattanto liberato.
Helena si alzò a sedere sul letto. Lo guardò. Si guardarono. Lei iniziò a ridere. Prima dubbiosa, poi con un'aria sempre più convinta, coprendosi il viso con le mani, guardando Thomas, prendendogli una mano tra le sue. Thomas la guardava senza troppo capire. Lei lo abbracciò. Finirono a fare l'amore appassionatamente, ma in una maniera assai più convenzionale di quanto l'inizio di serata non avesse promesso.
Le esperienze successive con il collare non furono particolarmente esaltanti, per quanto Thomas riuscisse un pò alla volta a sopprimere le sue remore e a liberare, pur con moderazione, le sue fantasie, con crescente compiacimento di Helena. Lei, per parte sua, cercava di farlo rendere al massimo quando si sottoponeva docilmente alle sue cure, inalberando il collare di cuoio come suo simbolo di totale sottomissione, anche se percepiva distintamente quella relazione di inversa dominazione che è tipica di molti rapporti di tipo sadistico-masochistico. Sentiva chiaramente, pur essendo lei la succube, di essere invece lei a guidare e a dominare il gioco con la sua docilità e sottomissione. Parlando dopo l'amore, aveva espresso più volte a Thomas il suo dubbio, invitandolo a capirla e a cercare di esercitare il suo ruolo di padrone con una dominazione in senso più proprio, più possessivo.

************************************

Una sera, tempo dopo, avevano deciso di uscire a cena riservando un tavolo al Mediterraneo, il ristorante italiano più elegante della città. Mentre Thomas, semivestito, si stava affrettando in bagno a dare l'ultimo tocco alla barba, Helena lo abbracciò da dietro, nuda. Alzando gli occhi verso lo specchio, Thomas vide che indossava il collare di pelle nera.
"No, Helena, non ora. Tra meno di un'ora dobbiamo essere al ristorante."
Per tutta risposta, lei si inginocchiò davanti a lui, in segno di sottomissione, abbassando la testa e levando le braccia tese come ad offrirgli di legarla per i polsi. Lui la prese per le mani, cercando di sollevarla, protestando che quello era un momento veramente poco adatto. Lei si allungò all'indietro, senza parlare, distendendosi di schiena sul pavimento del bagno. Sempre rimanendo in silenzio aprì lentamente le cosce, guardando fissa verso il soffitto per non incontrare lo sguardo di lui, mostrando evidentemente la sua disponibilità ad essere usata anche subito. Thomas la guardò ammirato, affascinato da quella superbamente erotica miscela di voglia imperativa e di sottomissione devota di Helena.
"D'accordo. Sei sotto la mia volontà. Da questo momento eseguirai tutti i miei ordini. Voglio che ti alzi, e ti prepari per uscire con il tuo padrone. Sistemati i capelli ben stretti indietro a scoprire il volto, gel dappertutto, per una bella testa lucida e rotonda, e truccati in maniera molto appariscente. Io vado a sceglierti i vestiti."
Helena accolse con entusiasmo il cambiamento di prospettiva. Si alzò e si accinse ad obbedire, cominciando col fermarsi i capelli appesantiti dal gel fissante in una stretta coda corta sulla nuca. Sentì che lui armeggiava nella stanza da letto, tra cassetti e sportelli di armadi. Thomas rientrò in bagno. La guardò truccarsi. La invitò a sottolineare ancora di più gli occhi con una pesante riga nera, dicendole anche di sostituire gli occhiali dorati con lenti a contatto per evitare di nascondere quel trucco pesante, e ad usare un rossetto più vivo. Lei obbedì, poi lo raggiunse in camera.
Lui le fece indossare delle calze nere sostenute da un reggicalze di pizzo e un abitino-sottoveste di seta rosso scarlatto, sottilissimo e scollato, e corto al punto da coprirle a malapena l'attaccatura delle calze. "Niente reggiseno, niente mutandine.", le disse.
Helena sembrava appena leggermente imbarazzata, ma obbedì sentendosi invadere da una eccitante sensazione di deferente soddisfazione. Infilò i piedi in scarpe di raso col cinturino alla caviglia e tacco altissimo, poi si fermò a guardare il suo marito-padrone. Thomas la guardò di rimando, ammirando il suo capolavoro. Il corpo snello e statuario di Helena, velato appena dalla seta, il collo cinto dalla sottile striscia di pelle, le sue lunghe braccia nude dalla pelle bianchissima, il viso truccato in maniera appena un po' volgare, componevano una visione di forte intensità erotica. "Sembri una puttana molto, molto costosa. E' esattamente quello che avevo pensato. Molto bene." commentò lui. Suonarono alla porta. Thomas le disse: "E' il nostro taxi."
La coprì con una giacca di pelle nera stretta in vita da una cintura, poi la prese per le mani e le chiuse entrambi i polsi con delle manette cromate. Helena ebbe un sussulto. Lui la tirò per la catenella di acciaio che pendeva dalle manette e la guidò dietro di sé nel corridoio, per le scale, fino nel taxi che li doveva portare al ristorante. Helena subì l'iniziativa di Thomas con curiosità ed un certo desiderio, aspettando di vedere come la serata si sarebbe evoluta. Non nascondeva però una evidente apprensione.
Nel taxi, Thomas non parlava. Lei fissava fuori dal finestrino, lo sguardo assente. Lui le prese una mano, sentendo il freddo metallico delle manette che la stringevano. "Le tue mani tremano un po'. Hai paura?" le disse. Lei lo fissò senza rispondere. "Ti vergogni di farti vedere in pubblico così, in un ristorante famoso e ben frequentato? Hai paura che qualcuno ti riconosca?" Helena lo continuava a guardare silenziosamente. Il suo viso esprimeva una evidente docilità, che Thomas sapeva fin troppo bene essere una finzione, una faticosa imposizione che lei esercitava su sé stessa. Helena non era certo il tipo della donna sottomessa che subisce qualsiasi cosa per far piacere al suo uomo. Ma il collare di pelle che stava in bella evidenza intorno al collo di lei era una dichiarazione di guerra. Anche così, pensava Thomas, sta riuscendo a comandare lei.
All'ingresso del ristorante lui le aveva aperto una delle due manette per sfilarle il soprabito di pelle, richiudendole subito e tirandosela dietro prigioniera, tra gli sguardi curiosi di alcuni clienti e del maitre che gli aveva indicato il posto prenotato. Seduti al tavolo, Thomas aveva ordinato per tutti e due ed avevano iniziato la cena. Lui le parlava, di tanto in tanto. Lei non rispondeva, guardandolo in viso solo quando lui le si rivolgeva direttamente. Helena non poteva evitare di essere il centro dell'attenzione. La gente dagli altri tavoli la guardava mangiare con le mani chiuse nella presa argentata delle manette, non potendo non notare il suo abbigliamento appena decente.
Thomas le parlò sottovoce: "Penseranno che sei una puttana che ho pagato per passare una serata divertente. A parte le manette, che devono incuriosirli particolarmente.".
Dopo il primo piatto Thomas le disse di voler andare in bagno. Si alzò e la prese per le manette, facendole segno di alzarsi a sua volta. "Non penserai di rimanere qui da sola, vero?", disse tirandola dietro di sé.
Helena si alzò e passò tra i tavoli con lo sguardo fisso a terra, rossa in viso per una certa vergogna esteriore, ma invasa da una sensazione di piacere e di eccitazione sessuale, abbinata ad un inequivocabile umidità che sentiva farsi strada in mezzo alle cosce. Incrociò per un momento lo sguardo incuriosito di un uomo seduto ad un tavolo insieme ad una bionda appariscente, che la squadrò con un'occhiata disgustata. Helena ricambiò sorridendole e passandosi la lingua sulle labbra, con un accento di strafottente volgarità. Thomas si accorse del gesto di Helena e le diede uno sguardo estremamente duro. "Chiedi scusa al signore." le ordinò, dando un forte strattone alla catenella e costringendo Helena a piegare le braccia. Lei, riportando gli occhi fissi a terra, stette al gioco. Si avvicinò all'uomo e disse: "Le chiedo perdono della mia sfrontatezza, signore." Thomas, non senza meraviglia, sentì una genuina umiltà nel suo accento. L'uomo, imbarazzatissimo, disse goffamente: "Ma si figuri, signorina, non è nulla.". "Come sarebbe 'nulla' ?" interloquì la bionda appariscente, "Con quello che paghiamo dobbiamo pure condividere il locale con questo tipo di gente? E lei, non si vergogna di andarsene in giro con una mercenaria, per di più mezza nuda?" sbottò rivolta a Thomas. "E tu" disse rivolgendosi al marito con asprezza, " smetti di fissarle le tette, maiale!"
Entrarono nel bagno degli uomini, in un biancore abbacinante. Forti luci al neon riflesse dal bianco lucido dei sanitari e delle mattonelle, e dall'enorme specchio che sovrastava i lavandini alla parete opposta. Thomas le agganciò strettamente la catena delle manette al rubinetto di uno dei vespasiani a muro e le bendò strettamente gli occhi con un foulard che aveva in tasca, poi si accinse ad attendere alla sua funzione fisiologica, lasciando tre posti vuoti tra sé ed Helena.
Poco dopo entrò in bagno un altro cliente, un uomo robusto e bruno con una barba rada, sulla quarantina, che andò ad occupare la postazione accanto a quella dove era incatenata Helena. I suoi occhi erano inchiodati sulla singolare presenza di lei, mentre lanciava delle occhiate interrogative a Thomas. Helena era immobile in piedi, occhi bendati e mani incatenate al tubo di acciaio del rubinetto, col suo corpo scolpito e appena velato dalla seta rossa, che ora era visibilmente appesa sui due capezzoli dritti e turgidi.
Thomas guardò il tizio sorridendogli, e andò verso i lavandini, alla parete opposta rispetto ad Helena, facendo mostra di essere anche lui stupito di trovare quella bella donna legata e bendata dentro i bagni di un elegante ristorante. L'uomo lo raggiunse. Mentre si lavavano le mani l'altro gli parlò. "Ha visto che roba, quella là?".
Thomas annuì, rispondendo: "Straordinario pezzo di fica, vero?" L'uomo lo guardò, interdetto. Si voltò verso Helena, forse cercando una sua reazione all'apostrofe del vicino. Lei, immobile, sentiva un rivoletto di liquore umido correrle in mezzo alle cosce.
Poi si voltò di nuovo verso il lavandino, guardando Thomas nello specchio, e rispose: "Sì, in effetti direi proprio di sì. Ma cos'è, pubblicità del locale? Dico, fa parte del servizio?"
Thomas rise. "Non esattamente", disse, "quella lì è mia moglie."
L'uomo si bloccò, senza capire se Thomas lo stava prendendo in giro. Scuotendo la testa, fece per uscire. Thomas si unì a lui. Helena li sentì entrambi uscire dal bagno.
Dopo poco lei sentì di nuovo la porta aprirsi e subito richiudersi con uno scatto. Era stata chiusa con il chiavistello dall'interno. Sentì dei passi avvicinarsi lentamente a lei, riconobbe facilmente Thomas. Era emozionata, ma non sentiva paura nè disagio. Improvvisamente si sentì afferrare per la vita da due mani forti.
Poche carezze rudi in mezzo alle cosce la spinsero rapidamente a bagnarsi. Il vestito le salì sopra la schiena, mettendo a nudo le sue intimità. Sentì il rumore inconfondibile di una chiusura lampo che si apriva, e immediatamente un cazzo robusto le si infilò in mezzo alle cosce, iniziando a strofinarsi contro il clitoride.
La sua reazione fu immediata. Si flesse in avanti aprendo le gambe a compasso con un mugolio di piacere. I tacchi altissimi delle scarpe la spingevano in una posizione arcuata, ponendole il bacino ben più in alto di quello del suo aggressore. Il cazzo dietro di lei si infilò senza preamboli nella sua fica abbondantemente bagnata e iniziò a sbatterla vigorosamente.
Helena era eccitatissima, spingeva il viso fino a schiacciarsi contro le gelide mattonelle del muro e stringeva ansimante il ferro al quale era incatenata, accompagnando il ritmo ad ogni penetrazione con un fiotto di passione libidinosa. Sentiva davanti a sé il freddo pungente della ceramica, e dietro di lei il calore potente delle mani che la stringevano saldamente per le natiche, muovendola avanti e dietro contro il duro e grosso cazzo che la stava scopando. Il roco singhiozzo che le usciva di gola ritmicamente saliva di volume e di tono, trasformandosi in un sospiro lamentoso che le riempiva la testa. Era frastornata dal buio che le imponeva la benda mentre cercava di rimanere il più possibile ferma ed eretta contro quell'assalto.
Ma Helena trasalì bruscamente, e fece per gridare quando sentì altre due mani accarezzarle il viso, e la voce di Thomas sussurrarle piano: "Sei bravissima, tesoro!"
Helena capì solo allora che non era suo marito che la stava chiavando. Lui le chiuse la bocca con una mano, mentre lei cercava di divincolarsi mugolando una protesta impossibile, con l'altro maschio che da dietro continuava a penetrarla senza la minima indecisione. "Sshhhh, stai buona", le disse ancora Thomas, mentre due lacrime di rabbia, più che non di dolore, le rigavano il viso.
"Sai che questo signore ha pagato una bella cifra per farsi la tua fica? Per cui adesso lavora, e soddisfami il cliente!". Poi iniziò a baciarla sensualmente, allacciando la sua lingua a quella di lei.
Dalla reazione di Helena, poco a poco più appassionata, Thomas capì che lei aveva recuperato rapidamente lo spirito del gioco. Il collarino di pelle faceva ancora bella mostra intorno al collo bianco di Helena. Dopo ancora qualche colpo, l'uomo venne con forza dentro di lei, sparandole in profondità il suo carico. Poi si ritrasse in fretta, senza dire una sola parola. Helena lo sentì far scorrere l'acqua in uno dei lavandini, ripulirsi sommariamente ed uscire dal bagno.
Thomas fece per pulirla in mezzo alle gambe con un asciugamani di carta, ma lei si ritrasse facendo cenno di no, il viso ancora bendato. Un rivoletto di sperma le colava lungo l'interno della coscia, fermandosi contro il bordo della calza. Thomas le tolse la benda dagli occhi. Lei lo guardò con le palpebre socchiuse, in un'espressione indecifrabile che tradiva appena una vena di sfida.
Fedele al suo ruolo, Thomas la tirò per la catena delle manette fuori dal bagno e la riaccompagnò a sedere. Lei incedeva maestosa nel locale, mantenendo i muscoli del ventre contratti ed il seno che svettava prepotente nell'aria. Si sedette al tavolo sollevando il vestito e, appoggiandosi con le natiche nude, allentò finalmente la tensione muscolare. Sentì immediatamente una colata di sperma bagnarle copiosa le cosce e allagare il soffice velluto della sedia, mentre fissava con aria distratta il grande lampadario di cristallo che pendeva dal soffitto. Dopo pochi minuti in cui gli occhi degli avventori più vicini rimasero puntati costantemente su Helena, Thomas chiese il conto, pagò, appoggiò il soprabito sulle spalle di lei senza aprirle le manette e insieme uscirono dal locale.
Nel taxi che li riportava a casa Helena guardava fuori dal finestrino senza parlare, abbandonata sul sedile con le mani costrette nella morsa di acciaio. Thomas la guardava sorridendo. Le disse: "Non è stato male, vero? In fondo, non hai ancora usato la parola di sicurezza, ed avresti potuto farlo in qualsiasi momento."
Si chinò verso di lei a baciarla sulle labbra.

**********************************

Dopo l'esperienza al ristorante Helena non indossò più il collare. Passarono diverse settimane, senza che lei desse alcun segno di ricordare quel loro patto. Non parlarono mai, per tutto il tempo, di quello che era successo, come se tutto fosse stato dimenticato in un sogno. Thomas non sapeva se interpretare questo suo tacere come un atto di orgoglio da parte di Helena, ovvero come un modo per dimostrare la sua riprovazione per averla costretta ad un atto del tutto sgradito e contro la sua volontà. Evidentemente, pensava, lei aveva accettato e subìto quell'esperienza, inizialmente stando al gioco. Poi però il suo orgoglio doveva avere preso il sopravvento. E allora lei aveva resistito fino alla fine, solo per non dimostrare alcuna debolezza, ma non doveva aver apprezzato fino in fondo quell'iniziativa di Thomas.
Ora facevano di nuovo l'amore davanti al fuoco, o nel letto, qualche volta anche in automobile, ma molto più convenzionalmente. Anzi, Thomas notò una certa stanchezza in lei. Tanto che cominciò a dubitare che qualcosa si fosse irrimediabilmente rotto tra di loro. e ne ebbe paura. Non osava neanche più pensare al collare di pelle, qualsiasi riferimento sarebbe stato pericoloso in quella situazione. Il collare era scomparso dal cassetto dove Thomas lo aveva sempre visto. Prima, la vista del collare nel cassetto lo riempiva di desiderio e di attesa, gli sembrava che quell'oggetto inanimato fosse una specie di bomba ad orologeria della quale sentiva distintamente il ticchettare, che gli preannunciava che ad un certo punto sarebbe esplosa. E quando inaspettatamente Helena si presentava a lui, indossandolo, la bomba esplodeva. Ma ora il collare era scomparso. E lui non aveva nessuna intenzione di chiederle che fine lei gli avesse fatto fare.
Fu Helena invece a parlarne. Nel modo più inatteso, almeno dal punto di vista di Thomas. Una sera in cui avevano invitato a casa per la cena due coppie di amici, colleghi di lavoro di lui, con le rispettive compagne. Non si conoscevano troppo bene. In particolare Helena, nelle descrizioni che Thomas dava di lei ai suoi amici e per come questi potevano a loro volta riportarle alle due donne, doveva sembrare loro solo quello che in fondo appariva esteriormente. Una donna in carriera, un po' distaccata dalla vita quotidiana e tutta presa dal suo lavoro, abbastanza bella ma algida e non particolarmente sensuale.
Una delle due donne, Karen, una biondina non molto appariscente infilata in un poco significativo vestitino a fiorellini che le attribuiva qualche anno in più della sua età reale, stava parlando con Helena. L'altra, Ellen, era in piedi a parlare con i due uomini, mentre Thomas era in cucina a preparare dei Martini per il dopo cena. Il discorso tra Ellen e i due era scherzosamente scivolato su temi di sesso e internet.
"Ma avete presente quanto è facile entrare in una chat-line spacciandosi per una persona di sesso opposto e illudere gli interlocutori facendo finta di essere una donna depravata, oppure un maschio timido, o chissà quale altra specie di creature inesistenti e fantasiose?" diceva Mark, il più giovane dei due. Ellen annuì sorridendo. Mark continuò raccontando la storia di una donna che era convinta di aver trovato, attraverso la posta elettronica, l'uomo ideale, che la ascoltava, la capiva e le dava forza e sicurezza di sè, finchè al primo incontro non si era accorta di avere davanti un ragazzino di quattordici anni. George, il compagno della biondina Karen aggiunse la sua battuta, commentando che gli pareva impossibile che qualcuno riuscisse a contattare persone reali e disinteressate attraverso la rete. "Sono sicuro che la stragrande maggioranza è fatta di uomini soli e arrapati, e di mercenarie a caccia di clienti."
Karen e Helena si unirono alla discussione. La biondina azzardò un commento sui siti porno. "George ed io abbiamo curiosato qualche volta, sapete com'è, e si vedono certe cose. voglio dire, è evidente che sono tutti professionisti, nessuno nella vita reale fa sesso in quel modo!. e le donne, poi. secondo me per farsi fare tutte quelle 'cose', devono tirarsi almeno un paio di piste di coca, prima." Si guardò intorno come per cercare approvazione. Helena la fissò senza esprimersi. Nel frattempo Thomas era rientrato in soggiorno e aveva distribuito da bere. Karen, forse imbarazzata dall'assenza di commenti alla sua battuta, continuò. "I più buffi sono senz'altro i siti dedicati al bondage, sadismo, masochismo, roba del genere. che assurdità!" E ruppe in una risatina un po' forzata, alla quale però anche gli uomini si unirono.
Helena non si unì alle risate. Invece disse con voce ferma: "Non sono tutte assurdità, mia cara. Io l'ho provato personalmente e ti assicuro che è assolutamente possibile: un uomo o una donna può desiderare sottomettersi totalmente ad un altra persona e accettare tutto quello che questi vuole imporgli. Io l'ho provato, ti dico." Karen le piantò gli occhi in viso, aprendo leggermente le labbra per la sorpresa. Ellen scambiò un'occhiata con Mark. Thomas sentì un brivido corrergli lungo la schiena.
Helena continuò, fissando Thomas nel silenzio glaciale che era caduto nella stanza. "Introdurre un'esperienza di sottomissione e dominazione in un rapporto di coppia è un vero e proprio salto di qualità, richiede anzitutto amore e rispetto reciproco, e un bel po' di coraggio e sangue freddo. Io e Thomas l'abbiamo sperimentato, e vi assicuro che vale la pena di tentare, non sei d'accordo Tom?"
Lui deglutì, colto impreparato dalla sua domanda. "Sì, certo" iniziò a dire titubante, "l'elemento più importante è capire che tra schiavo e padrone non deve mai esistere una sudditanza reale, ma solo psicologica. Se la coppia riesce ad entrare nello spirito giusto può diventare un gioco fantastico." continuò, ma si rese subito conto di aver detto delle banalità.
"Ma si rischia di farsi male. non solo e non tanto fisicamente, quanto di tirare fuori lati del carattere nascosti, cose che l'altro o l'altra potrebbero non gradire." interloquì Ellen, che sembrava abbastanza più intelligente dell'altra.
Helena rispose con fermezza: "La fantasia di essere costretta mentre un Altro, un essere forte e appassionato, sconfigge ogni tua resistenza e strappa piacere dal tuo corpo inerme è probabilmente il sogno erotico più ricorrente, sia negli uomini che nelle donne. Bisogna soltanto riuscire a superare l'ipocrisia che impedisce di ammetterlo."
Poi la discussione scivolò via su altri argomenti. "Per fortuna", pensò fra di sé Thomas.

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Thomas si infilò nel letto dove Helena lo aspettava nuda. Lei leggeva una rivista con la luce accesa. Lui le si rivolse, appoggiandosi con tutto il corpo su un gomito. "Quando stasera te ne sei uscita con quelle frasi sul nostro rapporto ho creduto per un momento che volessi aggredirmi." le disse. Lei abbassò la rivista e lo guardò. "Perchè aggredirti? Credi ancora che io abbia qualcosa da rimproverare a te o a me per la storia del ristorante?"
Thomas la guardava senza capire. Finalmente lei cominciava ad aprirsi sull'argomento. "Non sei dispiaciuta per quello che è successo?" Lei sorrise. "Ti era forse sembrato che mi fossi dispiaciuta, allora? Non ripenso mai alle cose passate. Quello che è fatto è fatto, e non si torna indietro a cambiarlo. Certo, ho avuto bisogno di un po' di tempo per riabituarmi alla normalità, ma adesso va tutto bene."
"Alla normalità?" disse lui "E' questo dunque che siamo adesso? Due 'normali'? Non hai più bisogno di sensazioni forti? Vuol dire che tra un po' faremo l'amore solo il sabato sera o la domenica pomeriggio, per il resto della nostra vita?"
Lei assunse un tono quasi di scusa, parlando con a voce bassissima e sussurrando le parole. "Senti Tom, ad essere sincera ho avuto un po' paura. Di me stessa, intendo. Vedi. quello che è successo in quella toilette anonima. in realtà mi era piaciuto. Trovo che sia stato bellissimo, prima di tutto psicologicamente. E poi, anche fisicamente. Però. mi sono sentita di nuovo una dominatrice. Non era questo quello che volevo. Io volevo essere sottomessa, e invece mi sono ritrovata a comandare. Certo, in apparenza era quello sconosciuto a possedermi. Ma io lo sentivo fremere senza controllo dentro di me. Invece, io controllavo ogni muscolo, ogni centimetro della mia pelle. Ad un certo punto ho sentito che avrei potuto ordinargli qualsiasi cosa, era talmente eccitato e perso che avrebbe fatto qualsiasi cosa pure di continuare ad avermi ." Lui le accarezzò una mano, senza interloquire. Lei continuò. "Dopo quello che era successo avrei voluto rifarlo subito, anche quella sera stessa. Ma mi son o resa conto che era un 'mio' desiderio, comandavo ancora, capisci? Allora mi sono imposta di frenarmi, di contenere il mio bisogno di subire per dominare.
"Ed hai buttato via il collare" disse lui sorridendo. "Ma no. Invece l'ho sempre portato" replicò lei, alzando la voce. "Ce l'ho costantemente al collo, non lo vedi? Non lo capisci dal mio sguardo? Io sono sempre pronta a subire, ma non voglio essere più io a richiedere. Devi essere tu a possedermi completamente, a dominarmi senza possibilità di scampo. Tu piuttosto, tu devi cancellare le tue paure. Devi prendermi come vuoi, come preferisci. Devi pensare solo a te, solo al tuo piacere, non al mio. Devi plasmare il mio corpo e la mia mente. Solo così potrò liberarmi. Non voglio dover pensare a niente, voglio solo obbedire ed eseguire. Voglio essere una bambola tra le braccia tue, o di chi vorrai."
Thomas era quasi esterrefatto da quella dichiarazione. Ne sentiva la totale sincerità, ma ne era sottilmente spaventato. Si sentiva incapace di sostenere lo sguardo di quella donna, sua moglie, che gli faceva paura. Si avvicinò al volto di lei, sfiorandole le labbra con le labbra. La baciò, con un bacio lungo e profondo, accarezzandole i capelli. Lei gli prese una mano, intrufolandosi sotto il lenzuolo, e se la spinse contro il pube. Thomas fremette al contatto con il suo sesso, perfettamente depilato, aperto, curiosamente soffice di una morbidezza quasi innaturale. Si rese conto che lei era leggermente umida. Quando si staccarono, Helena gli mandò un sorriso e allungò un braccio a spegnere la luce. Thomas si voltò dalla parte opposta e chiuse gli occhi. Passò molto tempo prima che riuscisse a prendere sonno.

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