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Racconto n° 794
Autore: Faber Altri racconti di Faber
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Escalation, una corsa verso la trasgressione assoluta. The Best, il gioco delle parti Luxury, un incontro pericoloso Infedele, le verità nascoste. Menage a trois, un provocazione a cui non si può resistere Rebel, una moglie al di sopra di ogni sospetto My Story, il coraggio di affrontare la verità Confidence, le confessioni di una escort Social Game, la tentazione che viene dal Web Perfidia, il desiderio oltre la ragione
 
 
Io scrivo
Io scrivo.
Sapete che io scrivo.
Avete letto.
Quindi ho scritto, semplice, vero?
Invece di raccontare cose in più, aggiunte ad un racconto vi racconto adesso il racconto del racconto.
Volete?
Poi, alla fine, in fondo il foglio mettete una x o un segno.
Che io conti.
E scriva ancora.
Un patto.
Vedrete anche perché è un patto giusto, perché è un patto tra chi legge e chi scrive che ripara e che protegge. Entrambi..
Allora, per andare avanti, basta una goccia di sangue a siglare il patto.
Fatto?

Io scrivo.
Scrivo perché quando non scrivo il mio pensiero slitta.
Io scrivo adesso la storia dello scrittore.
Così non slitto in curva o sul bagnato.
E scrivo solamente.

La storia dello scrittore di novelle comincia in un'estate lontana.
Estate calda come l'ultima passata appena accantonata. Non sempre quando dicono,.. è l'estate più calda che si ricordi, dicono il vero.
La memoria cancella facilmente una vecchia estate lontana con il nuovo stupore e il nuovo sudore caldo e appiccicoso.
Io ricordo i primi sudori miei in quell'estate.
Veramente molto molto calda nel ricordo e nella mente.
Lo scrittore scrive tanto, sino da bambino.
Spronato, esortato, lusingato da chi scarica su di lui il rimpianto delle parole che non ha potuto scrivere, o saputo.
Un assillo continuo, quasi un assedio.
E lo scrittore allora scrive, scrive da subito, appena impadronito di lettere, prime regole e carta e penna.
Forse per questo poi ha scelto altro mestiere, dopo, nella vita.
L'adolescenza è piena di letture, altri corrono fuori, lui si ritira, mai con la finestra della stanza del tutto spalancata, e, a volte su un tappeto caldo, o legge o scrive.
Scrive e scrivendo la sua mente non slitta nella curva.
Scrive attraverso gli anni, fino all'adolescenza e la fine di una scuola e nessuno legge.

Il trauma, come l'hanno definito.
Arriverà quell'anno, all'improvviso come lampo di fine estate a cielo neanche nuvoloso. Come i lampi di caldo che non sembrano nemmeno veri.
Vacanza scolastica sul lago, fine liceo, albergo modesto, ma si sa.. tutti devono poter partecipare... i costi contenuti... e cosa sarà mai se l'autobus è un po' vecchio, ha le gomme non proprio nuove di officina e l'albergo decaduto ha conosciuto nell'umido delle notti sul lago ben altra clientela fino a qualche anno prima.
Poi.. il lago!
In quella stagione sbagliata e a quell'età che vorrebbe più sole e meno umidità nelle ossa e nel cuore.
Lago grigio all'occhio già dall'imbrunire.
L'acqua che si fa latte grigio e nasconde profondità scavate da ghiacciai in tempi sconosciuti. Grigio come se fosse pennellato da un pittore che conosce solo l'acqua e non la luce.
Amori di vacanza e fuga da ragazzi, per alcuni prima volta vera lontani da controlli e genitori.
Amori adolescenti.
Affanno di trovare innamoramento e scoperta del corpo parallelo, incastro naturale, ammantato di magia, miti e troppi racconti dei più grandi.
Amori adolescenti, dico, insomma.
Tutti per la stessa compagna.
Quella.
Successo a tutti vero?
Vero lo so, e la cosa più strana è che in vita mia, poi, parlandone da adulti, io non ho mai conosciuto, dopo, quello che per primo aveva toccato uno di quei corpi, quei seni, scoperto il primo pelo su quel pube acerbo.
Qualcuno sarà ben stato, ma nessuno me ne ha mai parlato in prima persona di quelle sue scoperte, dell'essere stato pioniere di terre e donne nuove.
Di essere stato lui a scoprire le sorgenti del Nilo tra quelle cosce alla prima avventura o l'animale strano, la fiera, l'urlo della vita, nascosto in quel primo orgasmo della giovane donna.
Forse perché gli esploratori a volte hanno ben strani pudori anche.
Lei era bellissima davvero.
Più donna delle altre, un anno in più per una malattia che aveva ritardato gli studi, l'anno che fa la differenza e aggiunge pepe.
E seno, tanto, orgoglioso e forte, sotto la maglietta.
Lo scrittore è sempre un po' in disparte. Scriverebbe di lei se avesse un poco di spazio riservato.
In quei giorni al lago.
Ma in quelle camere a tre scrivere sarebbe una berlina, una gogna autoinflitta. Non puoi scrivere se dividi la stanza con chi non ama farlo, non lo sa fare, schernisce chi lo fa davanti a tutti.
E lo scrittore privato della scrittura slitta col pensiero.
La vacanza volgeva al termine ormai. E il sonno aggrediva anche i più refrattari a ritirarsi nelle stanze le sere prima, dopo la fuga notturna appena i professori chiudevano le loro e ufficialmente cessava ogni controllo.
Lo scrittore aveva guardato la ragazza bella, quella più grande, quasi in disparte, tutte le vacanze. Guardato con lo sguardo di chi non osa e guarda e attende forse solo un istante di coraggio.
Ma aveva avuto molti sogni in quelle notti, e pensieri ansie desideri turbamenti, e lei ci camminava dentro a luce spenta. Lo scrittore ha sofferto gelosie violente, malcelate negli sguardi, gelosie di bambino in corpo già cresciuto. Perché anche lì la ragazza bella gioiva nella collezione di attenzioni e di languori, che riscuoteva ingorda giorno dopo giorno. Si era lasciata toccare, l'unica, la maliziosa con gioco più ardito, anche. Da tanti, troppi.
La sera con la scusa del ballare, nell'angolo più buio di una sala, oppure rallentando il passo in una camminata in un bosco, contro un albero o allargata sull'erba accanto al fosso, e anche, ricorda lo scrittore che l'ha vista, appoggiata ad una porta di una stanza, crocifissa alla porta, le gambe scostate dalla cosce di un amico soffocata alla bocca da una bocca.
Alcuni raccontavano ad altri, con vanto un po' guascone, con particolari più crudi cose anche oltre tutto quello, di loro e la ragazza.
Lo scrittore senza penna foglio e quiete per scrivere accumulava parole su parole nella testa che slittava e uno strano buco al cuore.
Il trauma, vi dicevo.
Perché l'unico coraggio, proprio l'ultima sera, alla ricerca di emozione e di parole nuove per se, il piccolo scrittore lo trova proprio allora.
Sono soli sul lungolago, sul pontile.
Premio al coraggio nuovo, lui e la ragazza dal seno di donna.
Lui la bacia, la carezza al viso, non sa ancora come ci sia riuscito.. poi il nulla.
Altri sapevano nuotare anche di notte, lo scrittore no.
La ragazza viene ripescata nella notte dalla gente chiamata dalle grida del ragazzo.
Passi affrettati percuotono il pontile e mani si sporgono per afferrare un corpo.
Il padrone di un bar si getta vestito nel nero sotto e alla luce delle torce esce con la sua pesca sfortunata.
Qualcuno che ha responsabilità di ruolo, su quei giorni, è preoccupato. L'aveva detto che il pontile era vietato, di notte.. poi, scivoloso di acqua mai asciugata, senza ringhiere. La ragazza è scivolata nella notte, vergine che gronda acqua sul pontile sotto un telo, e sull'autobus che torna indietro senza canti e senza cori, c'è un posto vuoto.
Accanto al posto vuoto siede, da solo, lo scrittore.

E' lì che il giovane che scrive sempre e tanto, troppo, conosce il primo medico dei cervelli della sua vita.
Tornato a casa dopo la vacanza non va neppure più fuori.
Si chiude nella stanza a chiave: Sbarra l'ingresso anche ai genitori.
Rifiuta le parole.
Chiude se stesso peggio della stanza.
Non mangia da tre giorni ormai... sai esce solo quando dormiamo,.. forse qualcosa mangia o beve.. ma non parla, non risponde, e se risponde dice: debbo scrivere, tacete! Non esce.. cerchiamo aiuto.
All'epoca la psicanalisi e la psicologia erano chiamate medicina dei matti e poco ci mancava veramente.
Il dottore era una donna bella e giovane ma molto supponente. Il trauma era così evidente!
Chiedeva al ragazzo di parlare, lo incitava,.. diceva parla e non scrivere solamente. Lo scrittore le diceva se non scrivo slitto coi pensieri, lasciami scrivere dottore.
Era la sua frase in quelle sedute, ricorrente.
Perché.. dimenticavo.. o ve l'ho detto prima?..il ragazzo non parlava. O quasi.
O meglio parlava sempre meno.
Parlava solo con quel dottore così supponente ma così bello anche.
In compenso quando parlava con lei chiedeva spesso quaderni e matite, anche colorate a volte, quelle belle del Natale, nella scatola tedesca di latta, i regali del bambino che scriveva a stento, sembravano già allora oggetto da museo, e appena aveva soddisfatta la richiesta, per concessione del dottore e intervento del padre o della madre, la serratura si chiudeva alle sue spalle.
La terapia durò poco meno di due anni.
Anche costosa per la famiglia che aveva pochi mezzi ma sempre più preoccupazione.
Dicono che sia transfer il legame che si crea, a volte, anzi quasi sempre.
Ma il ragazzo, giovane uomo, scrittore scriveva di quella sua dottoressa.
Di come la guardava.
Di una gonna appena appena sollevata nel sollevare il corpo dalla sedia per accomodarsi meglio, di due bottoni aperti a far respirare il seno nei pomeriggi più caldi dell'estate.
Della bocca che la donna aveva sempre rossa e delle labbra spesse e carnose che la disegnavano.
L'unica persona che potesse toccare il ragazzo era lei, sfuggiva lui il corpo e il tocco anche dei genitori e dei parenti e degli amici di prima. Peraltro sempre meno presenti e disponibili a quelle visite così pesanti. Con uno che taceva e anche non guardava. Silenzi imbarazzanti e visite sempre più rade.
Sembrava che la cura non funzionasse proprio e si parlava di interventi ora in disuso, la parola che correva sembrava strana,.. autismo, o poco meno, e all'epoca usavano ancora elettrodi e corrente per sbloccare le menti che si erano inceppate.
La tortura comunque gli fu risparmiata. Quella. Ma la terapia contro il suo isolamento fu crudele. Non più carta e fogli e matite e penne a sufficienza.
Come una terapia a scalare, a rompere l'isolamento e il castello di parole solo scritte in cui lo scrittore si era rinchiuso volontario.
...forse se scrive meno dovrà parlare.. scrivere aumenta il suo isolamento, ..diventa schizofrenia dividere la vita in scritta e vissuta, forse.
Lo scrittore trova forza e parole per quasi gridare no, non potete, non fate scivolare in questa curva i miei pensieri. Lasciate che io freni e scriva.
Dopo poco più di tre settimane a scrittura prima rallentata, poi interrotta, quasi vicino ai suoi 20 anni, il giovane non più scrittore rompe il guscio.
Sembra non siano passati affatto gli anni indietro.
Torna lentamente a sorridere, la chiave non chiude più la sua porta alla sera, parla sempre più spesso e sempre di più cose.
Esce finalmente di casa da solo.
Finalmente.
E ha un coraggio nuovo in quel sorriso bello.
Bacia la dottoressa in uno slancio di ringraziamento. Lei che non aspetta il bacio improvviso, nel girare il viso, trova le labbra del paziente sulle sue e non sulla guancia. Non sottrae un attimo solo la sua bocca.
Il ragazzo arrossisce all'istante, deglutisce, serra le labbra appena come a serrare un attimo e non farlo evaporare e va in camera sua.
Scriverebbe di getto adesso ma non rientra nella terapia farlo. Ma Dio se scriverebbe di quel bacio! Capitato per caso.
Per caso?
Qui sarebbe anche troppo lungo dire dei mesi dopo. Del mese successivo, almeno.
La terapia diradata, il divieto di scrittura, la terapia a scalare con i farmaci che lo intorpidivano sempre un po' nella giornata, la vita ritrovata finalmente anche se sempre con quel suo sbandamento e assenza a volte nello sguardo che sfiora cose e persone ma non si ferma, come se vedesse solo ma mai guardasse.
E l'amore, forte e nuovo, dentro.
Il ricordo di appuntamenti che all'inizio non gradiva, due per settimana, e ora sono troppo troppo radi anche nel mese. Terapia a scalare anche quella.
C'è nuova confidenza con la donna. Lei ha un successo in più e attimi anche di tenerezza per quel giovane paziente dallo sguardo assente e la mente chissà dove mentre la guarda.
Carezza lo scrittore, i baci all'arrivo e alla partenza, la testa però non si gira più per sbaglio a favorire nuovi incontri, i baci alla fine di ogni controllo sono solo sulla guancia, a fianco delle labbra, molto vicino anche ma solo sulla guancia. La posa delle labbra a lato però è calda e dura forse davvero più del bacio di commiato regolare.
Forse non è proprio così che si prevede, che è norma, nel rapporto tra due persone in questa relazione, ma così era. Poi, bruscamente la fine della terapia, definitiva, e quella lite.
Il ragazzo ha ossessione vera e spinte violente di amore e desideri forti e non piccolo innamoramento.
Segue la donna. Spia. Soffre di gelosia a vederla rientrare a casa con altri la sera.
A veder baci che immagina scavati dalla lingua.
La guarda di notte, dall'auto o da un portone di fronte, nell'ombra aprire la porta di strada e poi salire in casa. Con uomini diversi.
Scriverebbe di quei dolori e di quei desideri il giovane scrittore ma non può. Scriverebbe per fermare i suoi pensieri che sbandano nel guardare e se non ti fermi e scarichi parole scritte e gelosie su un foglio fanno davvero male.
La lite. Un mattino e sembra lite di amanti. Cerca di baciarla all'uscita di casa, finto incontro occasionale mal preconfezionato, e lei sfugge. La rincorre fino ad un cancello e la accusa di avere chiuso tutto a lui, ..tornerò malato se serve.., non ho più scritto,.. perché mi punisce? vede ..esco da casa e vivo... se torno malato, lei,.... tu, ritorni?
Chiuso tutto a lui, eri il mio paziente, lei gli dice, e aperto tutto ad altri. A troppi.
Lei lo respinge, riprende il controllo ed il respiro e, forse perché lui l'aveva anche spettinata, gli parla molto secca e lo schernisce. Come vera lite d'amanti, con parole dure sulle illusioni, sull'ognuno al proprio posto, sui diritti, sull'immaturità, sul non desiderio e una battuta, forse la più crudele su quella grotta scura di scrittura da cui l'aveva stanato a fatica con la professione e di come lei avesse vinto.
Quando la donna è morta lui ha ricominciato a scrivere, subito dopo.
La donna è morta investita ad incrocio in una notte.
Lasciata davanti a casa da uno dei suoi amici un sabato sera dell'autunno, nella città deserta del weekend.
Trovate in cronaca la notizia credo.
Se non buttate subito il giorno dopo i giornali.
Se fate come me che li tengo a lungo su una cassettiera accatastati, a volte neanche aperti, sfogliate. Erano i primi di ottobre se ricordo bene.
Io non ho letto molto in questo tempo.
Lo vedete dai giornali ancora con la piega originale.
Ho scritto.
Tanto.
E voglio continuare a farlo.
Se non scrivo, vivo e amo. E uccido.
Se non scrivo sbando in curva o sul bagnato.
Se non scrivo ho veri turbamenti e mi innamoro sempre di quella sbagliata.
Basta un po' di seno in più, un anno fuori corso al liceo che fa più appetitosa.
O una gonna che si solleva se ti accomodi meglio su quella poltrona verde e mi curi.
Abbottona anche, per favore, quei due bottoni di troppo, non fa poi così caldo, oggi.
Se scrivo immagino e controllo.
Se scrivo immagino soltanto se non scrivo vivo.
Vivo e allora spingo sino a non sentire più alcuna resistenza e a veder calme le bolle e non più ribollire di calci l'acqua di un pontile. Spingo di più.. il braccio teso sulla testa e le labbra serrate come morse. Poi grido e cerco aiuto. Poi scrivo e trovo pace. Se scrivo.
Lasciami scrivere, per favore.
Te ne prego dottore.
Non proibire e se proibisci, poi non ti negare.
Se no io uso l'auto come ariete contro i tuoi fianchi.
Sfondo le ossa contro un muro, spezzo.
Lascio strisce di sangue nero sull'asfalto e la cartella del dottore spalancata, squarciata sull'asfalto come il suo cervello.
Perché se scrivo io mi amo e immagino chi possa anche amarmi.
Di essere uno di quei compagni fortunati che lei accettava in quell'albergo in quei giorni di vacanza alla fine della scuole e non quello deriso sul pontile. Di essere l'amante e non solo il paziente su cui hai vinto solo la tua ultima battaglia.
Se scrivo freno e la mente si allinea alle parole, la mente non sbanda.
Se vivo uccido..
So scrivere tanto, credimi, tanto, ho fantasia per chilometri di carta e fantasia abbastanza, ora lo sai, per non essere mai accusato.
Di aver scritto o di avere ammazzato.

Hai letto?
Sai perché scrivo, adesso.
Se non scrivo sbando.
Io scrivo adesso e tu adesso leggi.
Il patto l'hai firmato, come quando eravamo in Malesia da bambini in un cortile all'ombra di due case.
Leggevamo, ricordi ed eravamo noi i pirati di quei mari. Sai che chi scriveva non li aveva neanche mai visti quei mari e quei pirati? Che viveva a Torino una vita inutile e banale?
Che era - solo - uno scrittore?
Ma noi una goccia di sangue su quei libri l'abbiamo scambiata come quei pirati affascinanti, veramente.
Tu eri la Regina di quell'isola, io scappavo agli inglesi sulla barca. Era destino, vedi incontrarsi ancora al mare.
Io scrivo ancora.. sì ancora adesso come sai e adesso leggi anche. Incitami a farlo. Dammi carta e poi consenso... leggi e dimmi di non fermarmi mai.
Non farmi smettere mai, dopo l'amore bruciato in questa tua stanza... dimmelo.. scrivi.. amore, scrivi, scrivi ancora. Se no ti uccido.
Sbando in curva o sul bagnato.
Io uccido.

Il patto anche con voi.
Che avete letto.
Adesso.
L'avete sottoscritto all'entrata senza sapere cosa sottoscrivevate,.. ora siete all'uscita.
E io.. incasso.
Firmati.
Fermami, ti prego.

Mettete una x o una croce o un nome o una parola in fondo al diario, al blog che trovate, se è lì che mi leggete oppure spostatevi lì dopo i racconti e fatelo prima di spegnere il computer e fare altro.
Incoraggiate a non smettere a continuare ad azionare il freno e a controllare quelle curve.
A scrivere altri fogli. Come fa adesso lei in quella stanza, ancora nuda su quel letto sfatto.
Le conviene.
Vi conviene.
Conviene a voi e conviene a me, così non sbando.
Se sbando ancora non è detto che riesca a fermarmi, poi, non come quando mi hanno tolto penna e fogli da ragazzo, scrivere è così bello, uccidere.. lo è ugualmente, forse anche di più,. no,..non mi fermerei.. mai, non smetterei.
Non smetterei di scrivere, senz'altro!

Nota a margine.

Questo racconto nasce come mio progetto di scrittura di una raccolta a quattro passi che, nelle intenzioni mie, dedicata alla follia piccola quotidiana ma distruttiva, e alla mente, e al sesso distorto, e all'eros sconvolto di chi a volte uccide, e lo fa più volte, dovrebbe avere titolo "Tre Atti. Più Appendice".
Il titolo primo pensato era " Lupi Mannari" ma mi sono ricordato di un racconto di circa una decina di anni fa di Carlo Lucarelli che credo sia da tempo ormai fuori catalogo, peccato.., che aveva titolo , se la memoria di lettore non mi inganna.. "Un Lupo Mannaro sulla Via Emilia" o qualcosa del genere, sicuro.
Per cui i lupi mannari restano a Lui, che scrive bene.
Troppo bene.

Della trilogia a quattro passi fanno parte La Signora Maria e Succhiotto, oltre al già pubblicato qui Il Colloquio, e ad una autobiografia, questa.

L'assonanza ripetuta della frase "io uccido" è voluta. Piccolo omaggio mio, personale a chi così ha intitolato ben altra opera di ben altro peso e spessore.
Stupendo di stupore vero, e molto, chi da un comico non avrebbe mai aspettato un simile risultato.
Dovevo avere una sua copia autografata allora, da conservare con affetto di lettore, ma all'appuntamento coi lettori è mancato e si è anche scusato con una email anche della sua malattia. Scrittore onesto con chi legge anche nel porgere le scuse.
Scrittore vero, dico, oltre alla qualità delle parole, e bella qualità davvero, perché rinnova e rispetta il patto, ricorda che chi scrive è innanzitutto prima durante e dopo (come le medicine) anche e soprattutto un lettore.
Il "patto di scrittura" ..quello che divide anche un po' chi scrive da chi è, solo, un matto.
A tutti, comunque..non temete. Voi avete anche già lasciato più di una x o una croce ad incoraggiare la scrittura.
Non vi uccido.
Il patto Voi l'avete rispettato ed io rispetto il mio.
Voi.. no.
Gli altri???
Vedremo.

Faber

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